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Reyson Grumelli: ‘Quando il talento supera la bellezza’ – L'intervista

09:17

 


Reyson Grumelli: "Quando il talento supera la bellezza" – L'intervista

GLI INIZI
Reyson, hai iniziato molto giovane. Se oggi ti guardi indietro, come descriveresti il tuo percorso?
Ho iniziato davvero da piccolo e quindi, in un certo senso, sono cresciuto dentro questo mondo. Ho studiato, ho fatto tanti provini, ho ricevuto dei sì ma anche dei no. Ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa. La cosa bella è che oggi sento di avere ancora la stessa voglia di quando ho iniziato, però con molta più consapevolezza.
Cinema, televisione, conduzione, musica, pubblicità: hai sperimentato praticamente tutto. Dove ti senti davvero a casa?
Sul set. Senza dubbio. Però non voglio rinunciare alle altre cose. Amo la musica, mi piace la televisione e la conduzione mi ha insegnato tantissimo. Non voglio mettermi un’etichetta. Voglio essere libero di sperimentare.
Hai studiato molto e continui a farlo. Il talento basta?
No. Il talento è un punto di partenza. Poi servono studio, disciplina, puntualità, rispetto per chi lavora con te e soprattutto tanta costanza. Questo è un mestiere nel quale non credo si finisca mai di imparare.
QUANDO IL TALENTO SUPERA LA BELLEZZA
Parliamo anche della tua immagine. La tua bellezza ti ha mai messo in difficoltà durante un provino? Da un ragazzo molto bello sembra quasi che ci si aspetti automaticamente qualcosa in più.
Sì, qualche volta l’ho percepito. La bellezza può sicuramente aiutarti ad attirare l’attenzione, sarebbe stupido negarlo, ma può anche diventare un’etichetta. A volte hai la sensazione di dover dmostrare il doppio perché non vuoi essere considerato semplicemente “quello bello”.
Ti è mai venuta voglia di dire: “Guardate oltre il mio viso, sono un attore”?
Assolutamente sì. Preferisco cento volte che qualcuno alla fine di un film mi dica “sei stato bravo” piuttosto che “sei bello”. L’aspetto cambia, passa. Quello che costruisci professionalmente rimane.
Quindi essere belli nel cinema non basta?
Assolutamente no. Magari può aprirti una porta, ma se dietro non c’è preparazione quella porta si richiude molto velocemente.
Accetteresti di trasformarti completamente per un ruolo, anche diventando quasi irriconoscibile?
Subito! Anzi, è una cosa che mi piacerebbe tantissimo. Vorrei interpretare un personaggio lontanissimo dalla mia immagine, trasformarmi fisicamente e costringere il pubblico a dimenticare completamente Reyson.
VENEZIA
Stai per andare a Venezia in occasione del Festival del Cinema. Cosa ti aspetti?
Voglio viverla senza troppe aspettative. Venezia per chi ama il cinema ha qualcosa di speciale. Voglio guardare, conoscere persone, confrontarmi e respirare cinema. Già essere lì rappresenta per me una bellissima esperienza.
Ti immagini un giorno di tornare a Venezia con un film scritto e diretto da te?
Sarebbe un sogno enorme. E oggi, con Quattro su dieci, quel sogno forse mi sembra un po’ meno lontano.
ANAS E I GIOVANI
Hai partecipato a uno spot ANAS dedicato alla sicurezza sulle strade. Che consiglio vuoi dare ai ragazzi della tua età?
Di non sentirsi mai invincibili. Quando siamo giovani pensiamo spesso “a me non succede”. In macchina basta un secondo: un messaggio, una distrazione, la velocità, una leggerezza. Nessuna serata e nessun messaggio valgono una vita. Divertitevi, ma quando guidate pensate anche alle persone che vi aspettano a casa.
Un giovane artista ha anche una responsabilità verso chi lo segue?
Secondo me sì. Non significa dover essere perfetti, perché nessuno lo è. Però se hai la possibilità di utilizzare la tua immagine per mandare un messaggio utile, credo sia giusto farlo.
UN 2026 PIENO DI CINEMA
A fine 2026 hai diversi progetti: a novembre Storia di una Mistress con Alice Carollo, poi Bu Bu Set, al fianco di diversi attori tra cui Romano Talevi, e Luxury Frames insieme a Giulia Ragazzini. Ti aspettavi un anno del genere?
No, e forse è proprio questo il bello. È stato un anno molto intenso. Tre progetti diversi che mi hanno permesso di mostrare parti differenti di me e soprattutto di incontrare tante persone dalle quali imparare.
In Luxury Frames tu e Giulia Ragazzini avete interagito con diversi personaggi importanti del cinema e dello spettacolo, tra cui Paolo Ruffini. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Tantissimo. Quando hai davanti persone che lavorano in questo ambiente da molti anni cerchi di ascoltare. Ogni incontro può lasciarti una frase, un consiglio o semplicemente un modo diverso di guardare questo mestiere. Con Giulia abbiamo avuto la fortuna di vivere tutto questo direttamente, senza filtri.
E Bu Bu Set?
È un progetto completamente diverso. Ci sono personalità ed esperienze molto differenti, tra cui Romano Talevi. È stato interessante proprio per questo: ogni persona porta sul set il proprio mondo e tu inevitabilmente impari qualcosa.
STORIA DI UNA MISTRESS
Arriviamo a Storia di una Mistress. A novembre finalmente il film arriverà nelle safe. Cosa rappresenta per te?
È uno dei progetti ai quali sono più legato. È stato un percorso importante e sapere che finalmente arriverà davanti al pubblico mi emoziona. Quando giri vivi il film dentro una specie di bolla; quando esce, invece, non è più tuo. Appartiene agli spettatori.
Sei protagonista insieme ad Alice Carollo. Come avete lavorato insieme?
Con Alice si è creata una bella sintonia professionale. In una storia come questa devi fidarti della persona che hai davanti perché ci sono emozioni e dinamiche che devono sembrare vere. Abbiamo cercato di ascoltarci molto.
Il titolo Storia di una Mistress può far immaginare un certo tipo di film. Il pubblico resterà sorpreso?
Credo di sì. Il titolo è forte, ma dietro c’è molto di più. Ci sono sentimenti, fragilità, rapporti, scelte e conseguenze. Non credo sia una storia nella quale sia così semplice dividere i buoni dai cattivi.
NEW LOOK, NEW REYSON?
Ultimamente hai cambiato completamente look. Semplice voglia di cambiare o sta cambiando qualcosa anche dentro Reyson?
Entrambe le cose. Avevo voglia di guardarmi allo specchio e vedermi diverso. Ma probabilmente non è casuale che sia successo proprio adesso. Sto cambiando professionalmente, sto iniziando nuovi studi e sto per affrontare una sfida completamente nuova. Forse avevo bisogno di segnare questo momento anche esteriormente.
Quindi stiamo conoscendo un nuovo Reyson?
Forse un Reyson più adulto. Sempre io, ma con più voglia di rischiare.
LA SCELTA DI CRIMINOLOGIA
Abbiamo saputo che hai scelto la facoltà di Criminologia. Una scelta decisamente particolare per un attore. Perché?
Perché mi affascina moltissimo il comportamento umano. Quando qualcuno commette un reato vediamo quello che è successo alla fine. A me interessa anche capire cosa è successo prima. Quali esperienze, quali fragilità, quale ambiente possono aver portato una persona a determinate scelte.
Dobbiamo pensare che Quattro su dieci abbia qualcosa a che fare con questa scelta?
Sicuramente ha contribuito. Scrivendo Quattro su dieci mi sono avvicinato a realtà che mi hanno fatto nascere tantissime domande. A un certo punto ho capito che non volevo semplicemente documentarmi per un progetto: volevo studiare e approfondire seriamente questa materia.
QUATTRO SU DIECI
E arriviamo alla grande novità: Quattro su dieci, scritto, diretto e interpretato da te. Come nasce?
Nasce dalla voglia di raccontare qualcosa che sentivo veramente mio. Per la prima volta non devo soltanto entrare nel mondo immaginato da qualcun altro: quel mondo devo costruirlo io. È bellissimo e allo stesso tempo fa paura.
Perché Quattro su dieci?
Questa non ve la dico! (ride) Posso soltanto dire che il titolo ha un significato molto preciso e che, quando si scoprirà, probabilmente si capirà ancora meglio il senso del progetto.
Sappiamo che parlerai anche di storie legate alla criminalità giovanile. Puoi anticiparci qualcosa?
Posso dire che non voglio raccontare semplicemente ragazzi che commettono reati. Mi interessa quello che c’è dietro. Da onde vengono? Cosa è mancato? In quale momento qualcosa si è spezzato? E soprattutto: quando un ragazzo sbaglia, dobbiamo considerarlo perso per sempre?

'Gli Emirati avvertirono Netanyahu dell'attacco del 7 ottobre'. Lui: 'Menzogna totale'

08:48

   


'Gli Emirati avvertirono Netanyahu dell'attacco del 7 ottobre'. Lui: 'Menzogna totale'


L'emiro di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti alla fine di settembre 2023, che il leader di Hamas a Gaza Yahya Sinwar stava pianificando ''un terremoto'' contro Israele. Lo rivela un'inchiesta di Haaretz oggi in cui vengono anticipati estratti di un nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar sui retroscena delle trattative per la liberazione dei 251 ostaggi israeliani rapiti durante l'attacco del 7 ottobre 2023.

Secondo la ricostruzione, basata su fonti anonime straniere e israeliane, l'avvertimento di bin Zayed partì dalle conversazioni tenute a settembre 2023 con Sinwar da parte di un intermediario palestinese noto con il soprannome 'Occhi neri', un dirigente di Fatah con fluente conoscenza dell'ebraico e rapporti sia con Hamas sia con lo Shin Bet, i servizi di intelligence interna israeliani.

In quel periodo, il governo israeliano, che si era insediato a fine 2022, stava trattando segretamente attraverso questa intermediazione per raggiungere una 'hudna' con Hamas, ossia un accordo di tregua a lungo termine che includeva la graduale rimozione del blocco su Gaza, la creazione di una zona industriale nel nord della Striscia, l'aumento dei permessi di lavoro ai palestinsi, la fornitura di gas naturale alla Striscia. 

"Una menzogna totale": così l'ufficio di Netanyahu ha risposto all'articolo di Haaretz secondo cui l'emiro di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed avvertì personalmente il premier israeliano che Hamas stava pianificando ''un terremoto'' contro Israele. "Il Primo Ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua", ha dichiarato l'ufficio del premier, citato dai media israeliani tra cui Times of Israel.

Chi li vota non è un vero democratico: il dibattito a sinistra dopo il trionfo dell'AfD in Germania

08:48

   


"Chi li vota non è un vero democratico": il dibattito a sinistra dopo il trionfo dell'AfD in Germania


Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt mette i partiti tradizionali di fronte a un bivio: ascoltare il malcontento o isolare la destra radicale. La stampa progressista spinge per la linea della fermezza. Giro di voci tra i principali quotidiani europei

"Chi vota per AfD non può essere considerato un vero democratico"

Iniziamo la nostra rassegna partendo dai giornali tedeschi e in particolare da un editoriale firmato da Christian Bangel per la rivista 'Die Zeit'. Citando uno studio sociologico realizzato nel 2025 in Sassonia-Anhalt, il giornalista accusa gli elettori di AfD di interpretare la democrazia come "il diritto di dominare gli altri e, se necessario, di intimidirli o espellerli". Bangel sostiene che le "preoccupazioni della gente" siano state prese fin troppo sul serio negli ultimi anni. Un esempio è quello dell'immigrazione. "Il numero di rifugiati è ai minimi storici, i controlli alle frontiere sono tornati" scrive l'autore. "Si verificano persino deportazioni in Afghanistan e la questione dell'umanità delle politiche di asilo è relegata in fondo alla lista delle priorità". 

Secondo il giornalista chiedersi cosa si possa fare per "placare" questi elettori è ormai "irrilevante" perché "molti sono stati addestrati per anni nelle camere di risonanza della destra ad ascoltare solo le informazioni provenienti da lì, per quanto assurde possano essere". 

Chi ha votato per l'AfD, chiosa Bangel, "vuole vedere la nave affondare perché crede di non essere a bordo. Che altri ne stiano già soffrendo è, nella migliore delle ipotesi, irrilevante. Cos'è questo se non un freddo rifiuto del bene comune e una totale mancanza di empatia al di fuori della propria cerchia? Chi vota per questo partito - conclude - può considerarsi un vero democratico, ma sta contribuendo alla distruzione delle fondamenta della nostra società. Non c'è niente di rispettabile in tutto ciò".

Le critiche alla strategia del "lasciamoli fare"

Sulla stessa rivista Lenz Jacobsen spiega che lo slogan "lasciamoli fare" che "si sente ormai spesso" nei talk show come nei gruppi WhatsApp tra familiari, è in realtà "ingannevole". E denunciarlo, sottolinea il giornalista, "non è semplicemente l'ennesimo argomento di propaganda isterica della sinistra, ma si basa su solide prove scientifiche". 

Per dimostrare la sua tesi Jacobsen cita uno studio delle politologhe Heike Klüver e Annina Hermes che hanno analizzato 1.237 governi in 57 Paesi democratici dal 1976 al 2023. La ricerca suggerisce che l'esperienza di governo non indebolisce la destra radicale, ma la rafforza, tanto che alle elezioni successive i partiti presi in esame avrebbero guadagnato in media il 6%. 

La tesi è che l'idea di lasciar governare l'Afd non nasca dalla fiducia nel partito di Alice Weidel, ma dalla totale rassegnazione verso le altre forze politiche. Così facendo però il baricentro del sistema si sposta sempre più verso destra. "I ricercatori - rimarca l'autore - spiegano questo fenomeno con quella che definiscono 'normalizzazione': i partiti estremisti vengono inizialmente emarginati; votarli e rappresentarne le posizioni è considerato un tabù. Ad ogni successo, questo tabù si affievolisce. Appaiono nei talk show, in parlamento e, infine, al governo. Le loro posizioni si normalizzano e perdono la loro connotazione scandalosa".

Il Guardian incolpa i partiti moderati per aver legittimato AfD

Una spiegazione analoga la offre anche Jon Henley sul quotidiano britannico 'Guardian'. La tesi è già tutta nel titolo: "Il centro europeo teme un'ondata nazionalista dopo la vittoria dell'AfD, ma la colpa è solo sua". Citando lo studio di Klüver e Annina Hermes a cui abbiamo già accennato sopra, il giornalista sostiene che "la normalizzazione da parte dei media e dei partiti tradizionali, che abbracciano senza problemi la retorica dell'estrema destra", avrebbe in realtà "legittimato tali posizioni". 

Il sunto del suo pensiero è semplice: non è vero che gli argomenti dei partiti nazionalisti non siano stati ascoltati, al contrario, è stato dato loro fin troppo spazio. Henley conclude la sua riflessione citando le parole della politologa Gabriela Greilinger: "Le politiche e le idee dell'estrema destra sono già costantemente al centro dell'attenzione, a prescindere dal fatto che l'estrema destra sia al potere o meno. Non c'è alcun cordone sanitario intorno alle loro idee".

La soluzione drastica di bandire il partito di Weidel

Tornando in Germania, sulla 'Süddeutsche Zeitung' il giornalista e storico Joachim Käppner denuncia che "la democrazia tedesca è ora minacciata dall'estrema destra come mai prima d'ora dal 1949". A suo dire in Germania "un partito di estrema destra non potrà mai essere così 'normale' come pretende di essere" l'Afd. Käppner si dice quindi scettico sul fatto che l'AfD possa virare su posizioni più moderate com'è successo ad esempio ai Verdi, partito che "non ha mai predicato l'odio per 'il sistema', nemmeno nei suoi momenti più estremi e radicali". 

Come uscirne? Se da un lato Käppner rimprovera ai partiti centristi di aver dato troppa risonanza alle "narrazioni vittimistiche dell'AfD" dall'altro li esorta a riconquistare gli elettori di Weidel trasmettendo il messaggio di "un Paese forte, molto più forte e migliore di quanto la mentalità di sfida, diffusa sia a destra che a sinistra, voglia farci credere". 

Se la strada di gran lunga preferibile è quella di parlare agli elettori delusi, l'autore non esclude neanche soluzioni drastiche come quella di bandire AfD dalle consultazioni elettorali. "La convinzione diffusa che un partito con un elettorato così ampio non possa essere messo al bando perché sarebbe antidemocratico contraddice la logica della Corte Costituzionale Federale" scrive lo storico, proprio perché la Costituzione prevede di intervenire quando la minaccia diventa "realmente significativa".

La riunificazione non riuscita secondo Le Monde

Sul francese 'Le Monde' Elisa Goudin adotta uno sguardo socio-economico e storico sostenendo che l'ascesa di AfD sia il sintomo di una "malattia cronica" della democrazia tedesca. La tesi è che l'unificazione delle due Germanie abbia deluso gli abitanti dell'Est perché "negli ultimi trentacinque anni, la democrazia non è riuscita a realizzare il suo mandato di creare pari opportunità e riconoscimento sociale per tutti". Con il voto alla destra radicale dunque gli elettori della Sassonia-Anhalt hanno voluto dimostrare che "l'Est si sta finalmente prendendo la sua rivincita e non si lascerà più dettare legge".

Il ruolo del movimento Maga

Un'altra lettura arriva da un altro giornale di area progressista, lo spagnolo 'El Pais', che collega l'affermazione del partito di Alice Weidel alla rete sovranista d'Oltreoceano. Scrive Iker Seisdedos: "Il fatto che il leader della principale potenza mondiale", ovvero Donald Trump, "stia seguendo con attenzione i risultati elettorali in uno stato della Germania orientale la dice lunga sull'energia che il movimento Maga (Make America Great Again) ha investito, sin dal ritorno al potere del suo leader, nell'avanzata dell'estrema destra in Europa. E soprattutto sulla fortuna dell'AfD, la cui vittoria di domenica rappresenta per Trump e i suoi sostenitori il frutto di un continuo sabotaggio della politica tradizionale nel Vecchio Continente".

La tesi di fondo dell'articolo è che la vittoria dell'AfD sia stata favorita, amplificata e sostenuta dalla rete politica che fa capo a Donald Trump e altri strateghi della destra statunitense come il vicepresidente JD Vance e l'onnipresente Elon Musk. Il dato da trarre guardando al dibattito è che la sinistra sembra arroccarsi sulla difesa dei valori democratici e sulla denuncia del pericolo estremista, evitando - per ora - di imboccare la via dell'autocritica. 
fonte il web


Dove vedere Real Madrid-Inter di Champions League in tv e streaming

08:40

  


Dove vedere Real Madrid-Inter di Champions League in tv e streaming

Al via la Champions: martedì l'Inter sfida il Real Madrid al Bernabeu, senza Dimarco, fermato dalla prudenza di staff medico e Chivu. Mourinho punge: «La sorpresa è che l'Inter in sei anni non ha ancora vinto la Champions»


Inizia la Champions League. Martedì 8 settembre ci sarà un’italiana in campo. Sarà l’Inter di Cristian Chivu. Andrà in scena al Santiago Bernabeu per affrontare il Real Madrid degli ex José Mourinho e Dumfries. L’Inter deve fare i conti con un forfait d’eccezione: Federico Dimarco non ha preso l’aereo per la Spagna e salterà la prima gara di Champions della stagione.

Una scelta maturata nelle ultime ore, dettata da una ferrea linea della prudenza condivisa tra lo staff medico e Chivu. Assenze anche per il Real Madrid: «La sorpresa è che l’Inter in sei anni non ha ancora vinto la Champions. Noi avremo tre squalificati, ma in campo saranno sempre 11 contro 11. Chi ha fatto il calendario delle partite magari era italiano», ha detto scherzando lo Special One. «Io preferisco il Milan, ma l’Inter del mio amico Thuram merita grande rispetto», ha dichiarato, invece, Mbappé.  


Dove vedere la partita in tv

Real Madrid-Inter, con fischio d’inizio alle ore 21, si potrà vedere su Sky Sport, Sky Sport Uno, Sky Sport 4k e in streaming su Sky Go e Now.

Le altre gare

Si giocano altre cinque partite della prima giornata di Champions League. Sono tutte esclusiva Sky. Ore 18.45 Bruges-Aston Villa; Aek Atene-Lask. Ore 21 Porto-Manchester City; Borussia Dortmund-Villarreal; Lilla-Betis Siviglia. 

Federico Vella era stato in cura da uno psichiatra: ma in due anni solo due visite

07:59

 


Federico Vella era stato in cura da uno psichiatra: ma in due anni solo due visite. A un amico disse: «Lì ci vanno i matti, io voglio che Lorena torni con me»

Federico Vella da quindici anni era in cura da uno psichiatra. E il giorno prima di uccidere l’ex fidanzata Lorena Isceri, sequestrata e gettata da un viadotto dell’autostrada tra Firenze e Bologna giovedì scorso, era andato da lui proprio per parlare di quella storia che dopo due anni era arrivata al capolinea: o meglio, questo è ciò che lui aveva spiegato allo psichiatra al quale si rivolgeva in caso di bisogno. Quell’ultimo incontro è stato soprattutto uno sfogo. Evidentemente le ultime settimane erano state molto pesanti. E dopo aver realizzato che Lorena non sarebbe tornata sui suoi passi aveva sentito il bisogno di raccontare quello che gli stava accadendo allo psichiatra che conosceva da quando aveva vent’anni.

Col tempo gli appuntamenti si erano diradati e negli ultimi due anni Federico si era fatto vedere nello studio medico solo due volte. «Era relativamente tranquillo», le parole dello psichiatra, che ha chiesto di restare anonimo, in un’intervista all’inviato del Tg1 Giuseppe La Venia. Ripete quel «relativamente» come a voler sottolineare che forse non lo era troppo.
«Sono rimasto assolutamente sconvolto — prosegue — quando ho saputo quello che aveva fatto, non me l’aspettavo minimamente e non c’erano segnali che potessero far temere quello che è poi accaduto». 

Fino alla settimana scorsa, ha spiegato, Federico Vella non era una persona potenzialmente violenta o pericolosa. Nell’incontro aveva parlato solo del rapporto con Lorena, aveva spiegato che aveva accettato di fare terapia di coppia ma che non c’erano stati i risultati sperati perché a lui non era piaciuto lo psicoterapeuta. «Sei pagato per farci lasciare» gli avrebbe detto Vella prima di andare via sbattendo la porta, secondo quanto riferito dalla mamma di Lorena agli investigatori della squadra mobile.

Che a Vella avessero diagnosticato una malattia psichiatrica o no, quello che è certo è che nelle ultime settimane era molto agitato. «Non si rassegnava a perdere quella che definiva la sua prima storia importante», le parole di un amico. Raccontava che Lorena l’aveva tradito e che lui stava facendo di tutto per ritornare con lei. La chiamava continuamente, la cercava anche in palestra ma lei per Ferragosto era andata via da Firenze e aveva anche smesso di rispondere al telefono. La mamma di Lorena ha invece raccontato che era stata sua figlia ad aprile a scoprire da alcuni messaggi che lui aveva perso la testa per un’altra donna e per questo aveva deciso di chiudere la storia. Durante una lite ad agosto lui l’avrebbe minacciata con un coltello. Un amico, vedendolo così agitato, gli aveva consigliato di andare dallo psicologo ma la sua risposta era stata netta: «Dallo psicologo ci vanno i matti, io sto bene, voglio solo convincerla a ritornare con me».


Penélope Cruz al Festival di Venezia 2026 in abito rosso fuoco Chanel con fascia floreale tridimensionale

21:00



Penélope Cruz al Festival di Venezia 2026 stupisce tutti con un abito Chanel. E il legame con la Maison francese non si ferma qui


Il cinema d'autore incontra ancora una volta la moda. Sia grazie all'attrice Penélope Cruz, che al Festival di Venezia 2026 ha sfoggiato alcune creazioni firmate Chanel, sia per il sostengo della stessa Maison francese nella produzione di Bunker, il nuovo lungometraggio scritto e diretto da Florian Zeller. Presentato in anteprima e in concorso all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il film riunisce sul grande schermo proprio Cruz, ambasciatrice di Chanel, e l'attore - nonché suo marito - Javier Bardem.
Il look Chanel di Penélope Cruz al Festival di Venezia 2026

Chanel è tornata protagonista anche sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia 2026, ancora una volta al fianco di Penélope Cruz. L'attrice ha scelto un abito rosso fuoco, intenso e scenografico, pensato per seguire la silhouette con una linea lunga e fluida. La profonda scollatura valorizza il décolleté, insieme alla schiena, e il tessuto scivola lungo il corpo con un'eleganza essenziale, quasi austera.

A interrompere la continuità della silhouette è una fascia floreale tridimensionale, composta da micro pistilli colorati da punte di nero e applicata sul punto vita, sviluppata proprio come un elemento scultoreo. Il dettaglio, realizzato dall'atelier della Maison sotto la direzione creativa di Matthieu Blazy, introduce volume e movimento, trasformando la linearità dell'abito in una composizione più dinamica e preziosa.

La stanza di Anna. La nascita di Maria Vergine nell’arte

09:03

 


La stanza di Anna. La nascita di Maria Vergine nell’arte

I Vangeli non raccontano la nascita di Maria, ma il silenzio delle Scritture è stato colmato nei secoli da omelie, apocrifi, immagini e versi: dal Protovangelo di Giacomo alle scene domestiche di Giotto, Pietro Lorenzetti e Ghirlandaio, fino agli angeli che frenano il canto nella poesia di Rilke. L'8 settembre celebra dunque una bambina insperata, "annuncio", "preludio", "aurora" e "vigilia" di Cristo, come la definì Paolo VI

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Se la venuta al mondo è sempre una festa, immaginiamo la gioia per una bambina arrivata quando i suoi genitori avevano ormai smesso di sperare. Perché a Dio nulla è impossibile e le Scritture conoscono più volte il prodigio di figli concessi a donne sterili. Sara, Rebecca, Rachele, Anna madre di Samuele, Elisabetta: maternità che sembravano negate e che diventano parte di un disegno più grande. In questa genealogia del prodigio si inserisce Maria, destinata a occupare un posto unico nella storia della salvezza. "Annuncio", "preludio", "aurora", "vigilia": così Paolo VI definì la Vergine, prima luce di un giorno che avrebbe avuto in Cristo il suo compimento.

Il silenzio dei Vangeli, la voce degli apocrifi

Di quella nascita, tuttavia, i Vangeli non dicono nulla. Non raccontano l’infanzia di Maria, non nominano i suoi genitori, non descrivono il luogo in cui venne al mondo. A colmare questo silenzio è soprattutto il Protovangelo di Giacomo, testo greco apocrifo del II secolo che avrebbe esercitato una fortuna immensa nella devozione, nell’omiletica e nelle arti.
Qui prendono forma le figure di Gioacchino e Anna. La loro sterilità è dolore privato, ma anche motivo di vergogna in una società nella quale la discendenza era segno di benedizione. Gioacchino si ritira, Anna prega, l’annuncio divino interrompe una condizione che sembrava definitiva. Quando la bambina nasce, il racconto resta sorprendentemente asciutto. Anna domanda alla levatrice chi abbia partorito. "Una femmina", le viene risposto. La madre la prende con sé e, trascorso il tempo prescritto, le impone il nome di Maria.
Da quel nucleo nasce una tradizione vastissima. La festa della Natività, attestata in Oriente dal VI secolo e legata a Gerusalemme a un santuario mariano sorto nel luogo che la tradizione identificava con la casa di Gioacchino e Anna, giunse presto anche a Roma, dove sotto papa Sergio I fu accompagnata da una solenne processione. La Natività della Vergine diventa materia di omelie, inni, testi liturgici e meditazioni. Andrea di Creta e Giovanni Damasceno ne leggono il significato alla luce dell’Incarnazione, mentre in Occidente il tema attraversa per secoli la predicazione, fino ai testi medievali dedicati alla festa dell’8 settembre. Anche il Corano conserva il ricordo della nascita di Maryam. Nella terza sura, la madre consacra a Dio ciò che porta in grembo e, dopo aver dato alla luce una bambina, le impone il nome di Maria e la affida alla protezione divina.


 
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