“Il Killer delle Cinquanta Lire”: intervista a Fulvio e Chiara sul loro romanzo più dark e maturo

"Il Killer delle Cinquanta Lire": intervista a Fulvio e Chiara sul loro romanzo più dark e maturo

Fulvio Di Chiara, alias Chiara Nervo e Fulvio Tango, ci con il romanzo Il Killer delle Cinquanta Lire, dai tratti decisamente più dark. La coppia di giallisti torna a farci divertire e a rimanere col fiato sospeso dopo la pubblicazione della trilogia: La forma del delitto (2023), I diavoli di San Lorenzo (2024) e Sceneggiatura per un delitto (2024)

Fulvio, Chiara, con il nuovo romanzo avete dato un'impronta più dark al vostro stile. Che cosa vi ha spinto a fare questa scelta?
F: Già durante la stesura del nostro ultimo romanzo, Sceneggiatura per un delitto, dall’atmosfera decisamente più scanzonata, avevamo pensato che il nostro prossimo lavoro sarebbe stato sempre un giallo, ma diverso. Appunto con atmosfere e personaggi più dark come dici tu o, per usare un’espressione che oggi va di moda, più noir.
Personalmente non ho sentito la necessità di cambiare genere per una sfida o per dimostrare qualcosa. Per un lettore compulsivo come me, scrivere è un po’ un restituire qualcosa; qualcosa di quello che altri scrittori mi hanno donato attraverso le loro opere. Possiamo dire che sentivo la necessità di “restituire” un romanzo di questo tipo.
Tutto è iniziato quasi come un esperimento, poi ci abbiamo preso gusto. Però, per quanto riguarda il risultato, ci rimettiamo all’insindacabile giudizio dei lettori.
C: Allora dico ai lettori: siate clementi. Anzi, no: spietati, ma giusti. Come diceva Fulvio, volevamo provare a esplorare un mondo diverso, a lasciare il tono scanzonato della commedia, con i suoi personaggi stralunati, per immergerci in un’atmosfera più cupa, più concreta o realistica se vuoi, ma senza mai abbandonare una certa ironia. Se volessimo fare un paragone con la grafica, i precedenti lavori erano albi a colori (ok, Fulvio mi sta dicendo che "albo" è una parola desueta, ma a me piace e la uso lo stesso!), invece Il killer delle cinquanta lire potrebbe essere una graphic novel in bianco e nero.
Anche nei vostri precedenti romanzi gli omicidi erano, in taluni casi, molto efferati, ma qui si sfiora quasi l'horror. A quali film o serie televisive vi siete ispirati per la stesura?
F: Le fonti di ispirazione sono tante. Chi scrive, spesso, non fa altro che riproporre elementi che qualcun altro ha portato in scena, ricombinandosi però in modo nuovo e originale. In particolare, per quanto mi riguarda, l’ispirazione principale mi viene dalle opere di Stephen King, specialmente le più recenti in cui si è cimentato nel giallo che sconfinisce nel sovrannaturale.
C: È vero, lo scrittore riorganizza immagini, idee, frasi e pensieri che in qualche momento si sono depositati nella sua mente. Sicuramente nel romanzo sono confluite suggestioni che arrivano da tante parti e non saprei identificarle tutte. Ma per provare a rispondere ti direi che c’è un po’ di Fruttero & Lucentini, forse un po’ di Hitchcock — per cui ho una vera passione — e sicuramente un po’ di Dario Argento, che a sua volta deve molto al regista inglese.
La colonna sonora che avete consumato durante la fase di scrittura?
F: Spesso mentre scrivo ascolto musica, e ascolto un po’ di tutto. Per farti alcuni nomi: De André, Branduardi, Johnny Cash, Bruce Springsteen. È vero, tutti autori che non ci sono più o che ormai sono piuttosto attempati, ma non dimentichiamo che Il killer delle cinquanta lire è ambientato negli anni '80, quando questi signori erano vivi ed erano nel fiore degli anni!
C: Invece io, quando scrivo, non ascolto nulla; o meglio, non sento nulla. Sì, perché proprio non presto attenzione ai suoni che mi circondano, invece sento i suoni della scena che sto scrivendo. Figurati che un mattino, dopo quasi tre ore di incessante e fastidioso bip bip, mi sono accorta che quel suono proveniva dalla cucina: la caffettiera elettrica stava agonizzando. Poteva mandare in corto circuito l’impianto elettrico, ma io scrivevo, scrivevo… Per la cronaca: gran capitolo, caffettiera morta.
Quando l'avete riletto, una volta stampato, che cosa avete pensato?
F: Sinceramente ho pensato che tra tutti i romanzi che abbiamo scritto fosse il migliore. Penso che sia piaciuto anche a Chiara (ma non rispondo per lei, adesso ci dirà), tanto che stiamo già scrivendo la seconda avventura del cupo e taciturno investigatore Borgo.
C: Sì, credo che sia un’opera più matura rispetto ai precedenti. Come dice sempre Fulvio, noi scrittori siamo anche i nostri primi lettori. Lavorando in due è anche più facile passare da un ruolo all’altro, però credo che a un certo punto della stesura bisogni dimenticarsi di aver scritto e guardare all’opera da lettore. E devo dire che, da lettrice, ero invogliata a continuare la storia, anche se sapevo già come andava a finire. Insomma, smemorata sì, ma non così tanto!
A proposito, come vi siete suddivisi il lavoro durante la stesura dell'opera?
F: In realtà, la suddivisione del lavoro non è decisa una volta per tutte sin dall’inizio. Pensa che all’inizio non era sicuro neanche chi fosse l’assassino... Quando il lavoro procede bene, sono i personaggi che prendono il sopravvento e sembra quasi che agiscano autonomamente, facendo procedere la storia da sola. A quel punto sono loro che chiamano Chiara o me per la stesura del prossimo capitolo.
Comunque, in generale seguiamo questo metodo: uno fa la stesura di un capitolo e l’altro riguarda, aggiusta, migliora. 
Adesso ci chiederai se litighiamo? Mai sulla trama o su chi deve scrivere un capitolo; diciamo che, soprattutto all’inizio, a volte discutiamo sul carattere dei personaggi. Chiara magari ritiene che il signor X, in quella determinata situazione, reagirebbe in quella maniera, io invece non sono d’accordo. Poi, una volta che i personaggi si delineano, sono loro che decidono se una cosa la farebbero o no e, a quel punto, chiunque di noi scriva non fa altro che accogliere le direttive dei nostri dispotici protagonisti.
C: Sottoscrivo. Ha spiegato bene Fulvio il meccanismo per cui i personaggi a un certo punto prendono vita. C’è un momento in cui tutti dicono la loro, cosa vogliono fare o non fare. Una gran confusione. Poi, alcuni prendono in simpatia Fulvio, altri me, e si raccontano meglio: chi sono, il loro passato, le loro aspirazioni. E noi poveri scrittori dobbiamo cercare di farli coesistere nello stesso mondo.
L'editing a questo giro è stato appassionante o disperatissimo?
F: L’editing, proprio per il fatto di lavorare in due, è sempre piuttosto appassionante. È proprio questo il vantaggio di lavorare a quattro mani, perché sai che quello che scrivi sarà revisionato da un’altra persona che conosce la storia, l’ambiente, i personaggi e potrà, meglio di chiunque altro, segnalarti eventuali errori o criticità.
Poi, naturalmente, ci serviamo sempre di una persona esterna che edita i nostri lavori una volta che abbiamo rivisto tutto. Proprio in questa fase abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone brillanti e competenti che ci hanno dato consigli e suggerimenti per migliorare i nostri lavori.
C: Vero, un editing esterno è fondamentale. Abbiamo avuto suggerimenti brillanti che hanno permesso di arrivare a una stesura sicuramente migliore. Comunque, forse per il fatto che siamo in due, l’editing è proprio la parte divertente! Rileggendoci ad alta voce capita che ci facciamo delle grasse risate, soprattutto ai danni dei personaggi che tanto ci hanno tiranneggiato prima! 

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