Napoli una mostra dedicata a Maria Lai Figura chiave dell'arte italiana del Secondo Novecento

 


A Napoli una mostra dedicata a Maria Lai Figura chiave dell'arte italiana del Secondo Novecento

Il Museo Madre di Napoli ospita fino al 21 settembre la mostra “Maria Lai. Essere è tessere”, curata da Mónica Amor e Carlos Basualdo in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai. La rassegna, supportata dalla ricerca di Giulia Brandinelli, ripercorre oltre sessant’anni di carriera dell’artista sarda (1919-2013). Il percorso espositivo, strutturato in ordine cronologico e tematico, evidenzia la continua sperimentazione dell’autrice con assemblage, tessuti, cuciture, collage e oralità. L’opera di Lai viene così inserita nel dibattito del dopoguerra su astrazione, femminismo e crisi dell’oggetto artistico.
Maria Lai nacque a Ulassai, un piccolo borgo dell’Ogliastra, regione della Sardegna definita dalla nipote Maria Sofia Pisu come “un’isola nell’isola”. La conformazione aspra del territorio, dominato dall’imponente monte Tisiddu, influenzò profondamente la sua poetica, trasformando la terra natia in una presenza viva e talvolta conflittuale. Questo legame si manifestò chiaramente nel 1981 con la celebre operazione di arte ambientale “Legarsi alla montagna”, che coinvolse l'intera popolazione locale e consacrò l’artista a livello internazionale. Nel 2006, la stessa Ulassai ha visto nascere il museo Stazione dell’arte grazie a una cospicua donazione di sue opere.
Le discrete condizioni economiche della famiglia, legate alla professione del padre (unico veterinario della zona), permisero a Lai di studiare fuori dall'isola. Nonostante i dubbi sulle reali prospettive di una carriera artistica, i familiari sostennero sempre il suo percorso formativo. Durante l'adolescenza a Cagliari fu fondamentale l'incontro con lo scrittore e insegnante Salvatore Cambosu, che la avvicinò alla poesia, mentre il pittore futurista Gerardo Dottori le impartì le prime lezioni di scultura.
Nel 1939 Lai si trasferì a Roma per frequentare il Liceo artistico di via Ripetta sotto la guida di Renato Marino Mazzacurati. A causa della guerra, nel 1942 si spostò a Verona e l'anno successivo si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Qui divenne allieva di Arturo Martini, figura cruciale che stava attraversando una profonda crisi creativa, culminata nel 1945 con la pubblicazione del testo teorico “La scultura lingua morta”. Martini esprimeva in quel periodo una forte insofferenza per la tridimensionalità, desiderando rifugiarsi nella pittura e ricercando una "forma universale" che imitasse i ritmi biologici della natura.
Lai assimilò profondamente la lezione del maestro, in particolare l'idea che l'artefice dovesse far respirare la materia "come pane che lievita". Dopo un rientro a Ulassai nel 1945, l'artista lasciò nuovamente la Sardegna a metà degli anni Cinquanta, scossa anche dall'assassinio del fratello Lorenzo in un agguato. Come ricordato in un dialogo del 1977 con Tonino Casula, Lai mantenne sempre un rapporto vitale e nutrizionale con le proprie radici, pur avvertendo la necessità di confrontarsi con altri contesti culturali. Gli studi critici, tra cui un saggio di Rita Ladogana sulle terrecotte realizzate tra il 1994 e il 1996, confermano come la riflessione sugli anni della formazione accademica e sulla scultura sia rimasta un filo conduttore sotterraneo per tutta la sua produzione matura.

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