La stanza di Anna. La nascita di Maria Vergine nell’arte

 


La stanza di Anna. La nascita di Maria Vergine nell’arte

I Vangeli non raccontano la nascita di Maria, ma il silenzio delle Scritture è stato colmato nei secoli da omelie, apocrifi, immagini e versi: dal Protovangelo di Giacomo alle scene domestiche di Giotto, Pietro Lorenzetti e Ghirlandaio, fino agli angeli che frenano il canto nella poesia di Rilke. L'8 settembre celebra dunque una bambina insperata, "annuncio", "preludio", "aurora" e "vigilia" di Cristo, come la definì Paolo VI

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Se la venuta al mondo è sempre una festa, immaginiamo la gioia per una bambina arrivata quando i suoi genitori avevano ormai smesso di sperare. Perché a Dio nulla è impossibile e le Scritture conoscono più volte il prodigio di figli concessi a donne sterili. Sara, Rebecca, Rachele, Anna madre di Samuele, Elisabetta: maternità che sembravano negate e che diventano parte di un disegno più grande. In questa genealogia del prodigio si inserisce Maria, destinata a occupare un posto unico nella storia della salvezza. "Annuncio", "preludio", "aurora", "vigilia": così Paolo VI definì la Vergine, prima luce di un giorno che avrebbe avuto in Cristo il suo compimento.

Il silenzio dei Vangeli, la voce degli apocrifi

Di quella nascita, tuttavia, i Vangeli non dicono nulla. Non raccontano l’infanzia di Maria, non nominano i suoi genitori, non descrivono il luogo in cui venne al mondo. A colmare questo silenzio è soprattutto il Protovangelo di Giacomo, testo greco apocrifo del II secolo che avrebbe esercitato una fortuna immensa nella devozione, nell’omiletica e nelle arti.
Qui prendono forma le figure di Gioacchino e Anna. La loro sterilità è dolore privato, ma anche motivo di vergogna in una società nella quale la discendenza era segno di benedizione. Gioacchino si ritira, Anna prega, l’annuncio divino interrompe una condizione che sembrava definitiva. Quando la bambina nasce, il racconto resta sorprendentemente asciutto. Anna domanda alla levatrice chi abbia partorito. "Una femmina", le viene risposto. La madre la prende con sé e, trascorso il tempo prescritto, le impone il nome di Maria.
Da quel nucleo nasce una tradizione vastissima. La festa della Natività, attestata in Oriente dal VI secolo e legata a Gerusalemme a un santuario mariano sorto nel luogo che la tradizione identificava con la casa di Gioacchino e Anna, giunse presto anche a Roma, dove sotto papa Sergio I fu accompagnata da una solenne processione. La Natività della Vergine diventa materia di omelie, inni, testi liturgici e meditazioni. Andrea di Creta e Giovanni Damasceno ne leggono il significato alla luce dell’Incarnazione, mentre in Occidente il tema attraversa per secoli la predicazione, fino ai testi medievali dedicati alla festa dell’8 settembre. Anche il Corano conserva il ricordo della nascita di Maryam. Nella terza sura, la madre consacra a Dio ciò che porta in grembo e, dopo aver dato alla luce una bambina, le impone il nome di Maria e la affida alla protezione divina.


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