Beatrice Leotta: “Dietro ogni grande immagine c’è una storia da raccontare”
Beatrice Leotta: “Dietro ogni grande immagine c’è una storia da raccontare”

Dai multiversi della fisica teorica alle esperienze di flow artistico, esploriamo l'idea affascinante che la nostra mente possa accedere a realtà alternative
Introduzione: L'Irrequietezza della Percezione
Avete mai avuto la sensazione, ascoltando un brano, di essere trasportati altrove? O mentre disegnate, danzate o scrivete, di perdere completamente il senso del tempo e dello spazio che vi circonda? Da sempre, l'essere umano sperimenta stati di coscienza che sembrano sfuggire alla griglia ordinaria della realtà tridimensionale. Oggi, questa intuizione profonda non è più solo dominio di mistici e artisti, ma dialoga con alcune delle teorie più avanzate della fisica e delle neuroscienze. Esistono dimensioni parallele accessibili alla nostra coscienza? La risposta potrebbe sorprendervi, e non è un semplice "sì" o "no".
1. La Scienza Speculativa: Dal Multiverso alla Teoria M
La fisica teorica ci ha abituati a scenari da fantascienza. L'idea del multiverso – un insieme infinito o molto vasto di universi paralleli – emerge da diverse equazioni, come quella dell'inflazione cosmica eterna o l'interpretazione a "molti mondi" della meccanica quantistica. In quest'ultimo caso, ogni possibile risultato di un evento quantistico si realizza in un universo distinto, ramificandosi all'infinito.
Ma dove sono queste dimensioni? La Teoria delle Stringhe e la sua evoluzione, la Teoria M, ipotizzano che lo spazio-tempo non abbia 4 dimensioni (3 spaziali + il tempo), ma 10, 11 o addirittura 26. Le dimensioni extra sarebanno "compattate" su scale infinitesimali, inaccessibili ai nostri sensi, ma forse fondamentali per le leggi della fisica.
Il ponte con la coscienza? Puramente speculativo, ma affascinante. Alcuni fisici e filosofi, come Stuart Hameroff e Roger Penrose, suggeriscono che la coscienza potrebbe essere un fenomeno quantistico, forse legato a processi nei microtubuli dei neuroni. Se così fosse, la nostra mente opererebbe in un regno dove le regole del mondo classico sfumano, forse toccando quelle dimensioni nascoste.
2. La Neuro-geometria dell'Esperienza: Quando il Cervello Crea Mondi
La nostra realtà quotidiana è una costruzione sofisticata del cervello. Ma il cervello può costruire mondi alternativi. Gli stati modificati di coscienza – indotti da meditazione profonda, ipnosi, flow o anche da certe patologie – mostrano che la nostra percezione di spazio, tempo e identità è incredibilmente malleabile.
Nel flow, quello stato di assorbimento totale in un'attività creativa o atletica, la corteccia prefrontale (sede dell'autocritica e del senso del tempo) riduce la sua attività. Il risultato? Una sensazione di fusione con l'azione, di espansione, di accesso a una dimensione di pura potenzialità e connessione. È come se la coscienza, liberata dai vincoli dell'ego e dell'orologio, potesse esplorare uno spazio di possibilità più ampio.
La musica è forse il veicolo più potente per questo viaggio. Il ritmo sincronizza le nostre onde cerebrali, la melodia evoca paesaggi emotivi, l'armonia crea architetture sonore in cui "abitare". Ascoltare o creare musica è un'esperienza trans-dimensionale nel senso più concreto: ci sposta dalla dimensione fisica del suono a quella emotiva e simbolica, in un attimo.

3. Arte e Moda: Il Linguaggio delle Dimensioni Invisibili
L'arte e la moda hanno sempre cercato di rendere visibile l'invisibile, di materializzare mondi interiori e dimensioni alternative.
4. Non un Viaggio Spaziale, ma un Cambio di Frequenza
L'idea di "muoversi" in un'altra dimensione con la coscienza è probabilmente una metafora fuorviante. Non si tratta di attraversare un portale nello spazio, ma piuttosto di sintonizzare la propria consapevolezza su una diversa "frequenza" di realtà.
Pensate a una radio: esistono molte stazioni (dimensioni di informazione ed esperienza), ma ne puoi ascoltare solo una alla volta. La nostra coscienza ordinaria è sintonizzata sulla "stazione realtà consensuale 3D". La meditazione, la creatività profonda, lo stato ipnagogico (tra veglia e sonno), l'estasi artistica o atletica possono essere visti come atti di ri-sintonizzazione. In quei momenti, accediamo a dimensioni interiori di puro potenziale, di connessione simbolica, di tempo elastico – dimensioni che sono sempre state lì, parallele alla nostra esperienza quotidiana, ma normalmente fuori portata.
Conclusione: Esploratori di Mondi Interiori
Forse, le dimensioni parallele più ricche e reali non sono in galassie lontane, ma nell'immenso universo interiore della coscienza umana. La fisica ci dice che lo spazio per loro potrebbe esistere nella struttura stessa della realtà. Le neuroscienze ci mostrano come il nostro cervello sia progettato per esplorarle. L'arte, la musica e la moda sono i linguaggi con cui ne descriviamo le meraviglie.
Il viaggio più radicale, quindi, non è verso le stelle, ma verso l'interno. E il biglietto d'ingresso è la volontà di spegnere il pilota automatico, di abbandonarsi al groove di una canzone, di seguire il filo di un'idea creativa, o semplicemente di prestare attenzione al mistero silenzioso che pulsa sotto il velo dell'abitudine. La prossima dimensione che visiterete potrebbe essere a un solo respiro di distanza.
Visioni ed elucubrazioni di Mirko DeFox Galliazzo

Alice ed Ellen Kessler (nate nel 1936) sono state un'iconica coppia di gemelle tedesche che hanno raggiunto la fama internazionale, diventando in particolare simboli dello spettacolo in Italia negli anni '60.

Nate a Nerchau, in Sassonia, durante la guerra hanno vissuto un'infanzia difficile, segnata dalla violenza domestica del padre verso la madre e dalla perdita di due fratelli. Hanno iniziato a ballare giovanissime, studiando danza all'Opera di Stato di Lipsia. Per sfuggire alla Germania dell'Est, si trasferirono nella Germania Ovest all'età di 18 anni. A 15 anni, avevano già iniziato a lavorare in un cabaret a Düsseldorf, guidate da un forte desiderio di indipendenza e libertà.
La loro carriera decollò in Francia con le Bluebell Girls, prima di essere notate dal regista italiano Antonello Falqui, che le portò in Italia. Debuttarono in televisione nel 1961 nel varietà Giardino d'inverno, dove le loro lunghe gambe (erano alte 178 cm) e il loro look moderno e sofisticato suscitarono subito scalpore e ammirazione. Divennero icone della televisione italiana, protagoniste di sigle indimenticabili come "Da-da-un-pa" e "La notte è piccola per noi", che contribuirono a svecchiare l'immagine della donna in TV.
Non si sono mai sposate, pur avendo avuto amori celebri, tra cui Ellen con l'attore Umberto Orsini e Alice con Burt Lancaster ed Enrico Maria Salerno. Hanno vissuto insieme per tutta la vita, in due appartamenti adiacenti a Grünwald, vicino a Monaco di Baviera, mantenendo un legame indissolubile.
Oggi, 17 novembre 2025, sono morte insieme all'età di 89 anni, scegliendo, secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Bild, la via del suicidio assistito, una pratica ammessa in Germania a determinate condizioni. Avevano espresso in passato il desiderio di morire lo stesso giorno
Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Bild, le due sorelle avrebbero fatto ricorso al suicidio assistito, una pratica ammessa in Germania a determinate condizioni. La polizia ha confermato la morte, ma le circostanze esatte sono ancora oggetto di indagine.
Le gemelle Kessler erano icone della televisione italiana degli anni '60,
soprannominate "gambe della nazione",
e in passato avevano espresso il desiderio di morire lo stesso giorno.

L'esibizione di Elodie alla Kioene Arena di Padova il 12 novembre 2025 ha conquistato il pubblico con la sua energia, una presenza scenica magnetica e una produzione mozzafiato. La cantante ha offerto uno spettacolo completo, che unisce musica, coreografie e un forte impatto visivo.
Talento e sensualità. Elodie ha dimostrato di essere un'artista completa, cantando e ballando per circa due ore con una performance paragonabile a un vero e proprio musical. La sua sensualità e carisma hanno riempito il palco, coinvolgendo il pubblico fin dalle prime battute.
Uno show: tra luci e coreografie. Lo spettacolo è stato caratterizzato da un allestimento scenico curato nei minimi dettagli, con giochi di luce e coreografie elaborate che hanno valorizzato la performance dell'artista. I look di Elodie hanno lasciato il segno, contribuendo a creare un'atmosfera unica e a rafforzare la sua immagine di icona di stile.
Il concerto ha proposto una scaletta ricca dei brani più amati dal pubblico, includendo successi come Dimenticarsi, Folle notte e Tribale.Non sono mancati momenti di grande emozione, come il toccante omaggio a Raffaella Carrà con il brano Tanti auguri.
Il pubblico della Kioene Arena ha risposto con grande entusiasmo, dimostrando un affetto travolgente per Elodie.
I fan sono stati coinvolti attivamente nello show, cantando a squarciagola e ballando sulle note dei brani più ritmati.
Il concerto di Elodie a Padova è stato un vero e proprio trionfo, che ha confermato il suo talento e la sua capacità di offrire uno spettacolo indimenticabile, capace di unire intrattenimento, emozioni e grande impatto visivo.
Foto REMI GALIAZZO, courtesy by A.N.L.(archivio nazionale letterario) BestMagazine 2025
si ringrazia VIVO CONCERTI - WORDSFORYOU Agency















Viviamo circondati da riflessi.
Le vetrine, i display, i selfie, gli specchi dei bagni e le ombre che ci seguono fedelmente a ogni passo: tutti ci restituiscono un’immagine di noi stessi. Ma cosa guardiamo davvero, quando guardiamo noi? Un corpo, un doppio, un campo energetico? E se ombra e riflesso fossero i due volti di un mistero più grande — la soglia tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare?
L’Ombra: l’archetipo, il campo, la materia invisibile
Carl Gustav Jung la chiamava L’Ombra: la parte nascosta, rimossa, la regione psichica dove si accumulano i nostri istinti, le pulsioni, la rabbia, la paura.
È la parte di noi che non vogliamo mostrare, ma che ci guida silenziosamente più di quanto crediamo.
In chiave più moderna — e forse più olistica — potremmo dire che l’Ombra è anche un campo di energia personale, un residuo denso della nostra presenza nel mondo. Alcuni fisici non ortodossi, come Rupert Sheldrake, parlano di campi morfici: strutture invisibili che informano la forma e il comportamento degli esseri viventi.
Forse la nostra ombra fisica non è solo un gioco ottico, ma la traccia visibile di una firma energetica che interagisce con la luce.
Quando “camminiamo nella nostra ombra”, metaforicamente o letteralmente, attraversiamo una regione del nostro campo più pesante, più lenta. È per questo che i momenti bui non sono solo stati d’animo: sono frequenze, vibrazioni.
Lavorare sulla propria ombra — in psicoterapia, in meditazione, o anche solo nell’onestà radicale con se stessi — significa alleggerire quella densità, rimettersi in circolo con la luce.
Lo Specchio: l’occhio del mondo e il portale della coscienza
Lo specchio è la più antica tecnologia di introspezione che l’uomo abbia mai inventato.
Riflette, ma non restituisce mai. Ribalta la destra e la sinistra, confonde, illude.
Jacques Lacan sosteneva che l’identità nasce proprio lì: nel riconoscimento del nostro riflesso come “io”. Ma quell’“io” è una finzione: un’immagine esterna che cerchiamo disperatamente di incarnare.
Eppure, la fisica contemporanea ci suggerisce che l’atto dell’osservare modifica l’oggetto osservato.
Allora cosa accade quando ci osserviamo noi stessi nello specchio?
Forse entriamo in un loop quantico di autocoscienza, dove il sé osservato e il sé osservante diventano un tutt’uno. Ogni sguardo potrebbe essere un micro-atto creativo, un collasso della funzione d’onda del nostro destino personale.
Lo specchio, in questo senso, non è più un oggetto, ma un portale: una superficie di contatto tra la mente e la realtà, tra il visibile e il possibile.
Ecco perché in molte culture gli specchi vengono coperti durante i lutti: perché si teme che il riflesso trattenga l’anima, o la confonda.
Fisica, superstizione e cosmologia del riflesso
Fisicamente, l’ombra è un’assenza di fotoni. Lo specchio è una danza perfetta di fotoni che rimbalzano.
Ma in un universo olografico — come ipotizzano i cosmologi contemporanei — la realtà stessa potrebbe essere un riflesso proiettato da un piano di informazioni più profondo.
In questa visione, noi siamo letteralmente il riflesso di un riflesso.
Ogni volta che ci guardiamo allo specchio, è il cosmo che guarda se stesso attraverso di noi.
L’antica superstizione che “rompere uno specchio porta sfortuna” acquista allora un significato nuovo: rompere il riflesso è rompere la coerenza tra immagine e informazione, tra sé e universo.
La fortuna non è che un altro nome per la risonanza.
Moda, immagine, destino
Nel mondo della moda — dove l’immagine è materia viva — ombra e riflesso sono codici estetici e spirituali insieme.
L’ombra è la profondità del contrasto, il mistero dietro la posa. Lo specchio è la rappresentazione, il bisogno di riconoscersi in un frame.
Ma i nuovi linguaggi visivi, dal fashion concettuale alle performance digitali, stanno già oltrepassando questo dualismo: designer, fotografi e artisti lavorano oggi su superfici che riflettono ma distorcono, che catturano la luce come se fosse memoria.
L’atto di “vedersi” diventa un rito, una micro-trasformazione della coscienza.
Lo specchio è passerella e portale insieme.
Verso una nuova scienza del Sé
Forse è tempo di pensare all’Ombra e allo Specchio non come metafore, ma come dispositivi cosmici.
Uno assorbe, l’altro riflette. Uno ci parla del buio necessario alla forma, l’altro della luce necessaria alla conoscenza.
Entrambi sono ponti tra la biologia e la metafisica, tra il visibile e l’invisibile.
Forse la vera eleganza, oggi, è questa: saper abitare la propria ombra con grazia e guardarsi allo specchio senza paura.
Là dove la fisica incontra la poesia, nasce una nuova consapevolezza estetica: non siamo ciò che vediamo, ma ciò che riflettiamo nell’universo.

Un articolo per chi ama il confine tra la materia e il mistero. Per chi crede che il futuro della bellezza — come quello della scienza — sarà sempre più spirituale.
Testo di Mirko DeFox Galliazzo – foto di Remi Real Rock Galiazzo, courtesy by A.N.L. 2025

C’è qualcosa di profondamente umano, quasi carnale, nel modo in cui Muriel trasforma la sua vulnerabilità in ritmo. “DIENTES” non è semplicemente un brano: è un atto di esorcismo in 4/4, una confessione che sanguina luce e suono.
Dopo un periodo di silenzio discografico, Muriel riemerge con una lucidità feroce, e lo fa inaugurando un nuovo progetto, ESOTERICA, che promette di ridefinire il modo in cui pensiamo al pop elettronico italiano. “DIENTES”, primo capitolo di questo percorso, è un colpo secco e pienamente cosciente — un morso al conformismo sonoro, un’auto-dissezione musicale.
Un suono che scompone la pelle del pop
La produzione (firmata da Lorenzo Di Gemma insieme alla stessa Muriel) è un equilibrio precario e magnetico tra club culture e introspezione emotiva.
La bass line, ruvida e sinuosa, sembra uscire dai sotterranei della scena UK garage; sopra, percussioni latine saturano l’aria come impulsi nervosi. Il risultato è una danza che non ha nulla di edonistico: è un corpo che si contorce, si rigenera, si riconosce di nuovo.
Muriel canta come chi conosce il dolore e lo maneggia con cura chirurgica. La sua voce — tra confessione e invocazione — attraversa la traccia come un bisturi nel tessuto sintetico del beat. È la voce di chi non ha paura di sporcarsi, di chi ha scelto l’indipendenza non come moda ma come condizione necessaria.
La narrazione di un corpo che cambia
“DIENTES” parla di identità e metamorfosi. La protagonista non riconosce più il corpo che abita e sogna di strapparselo di dosso — un’immagine potente che va oltre la semplice simbologia pop.
È la fotografia di una generazione che vive in un limbo tra immagine e realtà, tra avatar digitali e pelle vera, tra quello che si mostra e quello che si soffoca.
Muriel mette in musica questo conflitto, trasformandolo in materia sonora. Il sorriso luccicante dei grillz non è vanità: è un’armatura, un modo di dire “sono ancora qui, anche se non mi riconosco più”.

Estetica e visione
La direzione artistica — interamente curata da Muriel — amplifica il concetto visivo dell’opera. Le foto di Davide Pavan e la post-produzione della stessa artista creano un universo coerente, sospeso tra cyber club e confessionale barocco. Tutto parla di dualità: sacro e profano, digitale e organico, luce e ferita.
Non è un caso che il progetto si chiami ESOTERICA: Muriel sta costruendo un linguaggio simbolico personale, in cui il misticismo incontra la club culture e il corpo diventa totem sonoro.
Un’identità che rifiuta le etichette
Nata l’anno di OK Computer, Muriel appartiene a quella generazione che ha visto l’alternative diventare mainstream e il pop dissolversi nel glitch dell’iperconnessione.
Cresciuta tra Spagna, Londra e Berlino, porta dentro di sé il respiro europeo delle scene underground, ma la trasforma in qualcosa di suo: una confessione elettronica con accento mediterraneo.
La sua indipendenza dopo l’esperienza major con Capitol Records non è una fuga, ma un ritorno alle radici: quelle della sperimentazione, della libertà e dell’autenticità senza compromessi.
Conclusione: il pop come rituale
“DIENTES” è un debutto che non chiede consenso, ma attenzione. È un rituale laico in cui il dolore diventa groove, e il groove diventa redenzione.
Muriel non cerca di piacere: sfida, interroga, espone la propria fragilità come una dichiarazione di forza.
Se ESOTERICA manterrà questa tensione tra corpo e spirito, tra elettronica e istinto, allora potremmo trovarci di fronte a una delle voci più interessanti della nuova avanguardia pop italiana.
Per ora, “DIENTES” resta quello che è: un morso lucido, feroce e bellissimo.
Testo di Cosmo Saint, foto di Davide Pavan, courtesy by A.N.L. 2025

Myss Keta
Sherwood Festival (Padova, 24 giugno 2025)
Il palco di Sherwood è diventato il regno dell’electro‑pop provocatorio di Myss Keta,
la mascherata regina della scena, che ha sprigionato carica e teatralità sin dalle prime note.
Foto REMI GALIAZZO, courtesy by A.N.L.(archivio nazionale letterario)BestMagazine 2025,
si ringrazia Dystopia studio con Giacomo Russello
Forte del suo nuovo tour estivo legato all’album “.” con sonorità più elettroniche che mai, l’artista ha puntato tutto su un mix potente di basi elettroniche, ritmi serrati e performance visiva .Energy: il pubblico è stato travolto dall’energia viscerale e performativa, con coreografie mozzafiato e una scenografia essenziale ma d’impatto.
Setlist: spazio al nuovo disco, ma anche ai brani più iconici come
“Milano, sushi & coca”, che hanno fatto esplodere la platea.
Visual: la sua maschera, occhiali e outfit – tra leather e dettagli punk‑glam –, hanno reso lo show un vero spettacolo visivo.
Atmosfera: l’apertura con Sarabamba ha creato un crescendo perfetto, preparando il terreno a un live pop‑elettronico inclusivo e coinvolgente.
Qualche nota critica: chi cerca un sound più “live band” può aver percepito l’assenza di chitarre, in favore di basi elettroniche che dominano la scena. Tuttavia, l’impatto emotivo e lo spettacolo sono stati ineccepibili.
In sintesi: un concerto esplosivo e spettacolare, capace di unire il pubblico in un rito notturno all’insegna del ritmo, del gusto pop‑glam e della provocazione intellettuale – Myss Keta ha confermato ancora una volta il suo ruolo di autentico “punto di riferimento” nell’elettronica visionaria italiana .

sherwoodfestival.it