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'Gli Emirati avvertirono Netanyahu dell'attacco del 7 ottobre'. Lui: 'Menzogna totale'

08:48

   


'Gli Emirati avvertirono Netanyahu dell'attacco del 7 ottobre'. Lui: 'Menzogna totale'


L'emiro di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti alla fine di settembre 2023, che il leader di Hamas a Gaza Yahya Sinwar stava pianificando ''un terremoto'' contro Israele. Lo rivela un'inchiesta di Haaretz oggi in cui vengono anticipati estratti di un nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar sui retroscena delle trattative per la liberazione dei 251 ostaggi israeliani rapiti durante l'attacco del 7 ottobre 2023.

Secondo la ricostruzione, basata su fonti anonime straniere e israeliane, l'avvertimento di bin Zayed partì dalle conversazioni tenute a settembre 2023 con Sinwar da parte di un intermediario palestinese noto con il soprannome 'Occhi neri', un dirigente di Fatah con fluente conoscenza dell'ebraico e rapporti sia con Hamas sia con lo Shin Bet, i servizi di intelligence interna israeliani.

In quel periodo, il governo israeliano, che si era insediato a fine 2022, stava trattando segretamente attraverso questa intermediazione per raggiungere una 'hudna' con Hamas, ossia un accordo di tregua a lungo termine che includeva la graduale rimozione del blocco su Gaza, la creazione di una zona industriale nel nord della Striscia, l'aumento dei permessi di lavoro ai palestinsi, la fornitura di gas naturale alla Striscia. 

"Una menzogna totale": così l'ufficio di Netanyahu ha risposto all'articolo di Haaretz secondo cui l'emiro di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed avvertì personalmente il premier israeliano che Hamas stava pianificando ''un terremoto'' contro Israele. "Il Primo Ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua", ha dichiarato l'ufficio del premier, citato dai media israeliani tra cui Times of Israel.

Chi li vota non è un vero democratico: il dibattito a sinistra dopo il trionfo dell'AfD in Germania

08:48

   


"Chi li vota non è un vero democratico": il dibattito a sinistra dopo il trionfo dell'AfD in Germania


Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt mette i partiti tradizionali di fronte a un bivio: ascoltare il malcontento o isolare la destra radicale. La stampa progressista spinge per la linea della fermezza. Giro di voci tra i principali quotidiani europei

"Chi vota per AfD non può essere considerato un vero democratico"

Iniziamo la nostra rassegna partendo dai giornali tedeschi e in particolare da un editoriale firmato da Christian Bangel per la rivista 'Die Zeit'. Citando uno studio sociologico realizzato nel 2025 in Sassonia-Anhalt, il giornalista accusa gli elettori di AfD di interpretare la democrazia come "il diritto di dominare gli altri e, se necessario, di intimidirli o espellerli". Bangel sostiene che le "preoccupazioni della gente" siano state prese fin troppo sul serio negli ultimi anni. Un esempio è quello dell'immigrazione. "Il numero di rifugiati è ai minimi storici, i controlli alle frontiere sono tornati" scrive l'autore. "Si verificano persino deportazioni in Afghanistan e la questione dell'umanità delle politiche di asilo è relegata in fondo alla lista delle priorità". 

Secondo il giornalista chiedersi cosa si possa fare per "placare" questi elettori è ormai "irrilevante" perché "molti sono stati addestrati per anni nelle camere di risonanza della destra ad ascoltare solo le informazioni provenienti da lì, per quanto assurde possano essere". 

Chi ha votato per l'AfD, chiosa Bangel, "vuole vedere la nave affondare perché crede di non essere a bordo. Che altri ne stiano già soffrendo è, nella migliore delle ipotesi, irrilevante. Cos'è questo se non un freddo rifiuto del bene comune e una totale mancanza di empatia al di fuori della propria cerchia? Chi vota per questo partito - conclude - può considerarsi un vero democratico, ma sta contribuendo alla distruzione delle fondamenta della nostra società. Non c'è niente di rispettabile in tutto ciò".

Le critiche alla strategia del "lasciamoli fare"

Sulla stessa rivista Lenz Jacobsen spiega che lo slogan "lasciamoli fare" che "si sente ormai spesso" nei talk show come nei gruppi WhatsApp tra familiari, è in realtà "ingannevole". E denunciarlo, sottolinea il giornalista, "non è semplicemente l'ennesimo argomento di propaganda isterica della sinistra, ma si basa su solide prove scientifiche". 

Per dimostrare la sua tesi Jacobsen cita uno studio delle politologhe Heike Klüver e Annina Hermes che hanno analizzato 1.237 governi in 57 Paesi democratici dal 1976 al 2023. La ricerca suggerisce che l'esperienza di governo non indebolisce la destra radicale, ma la rafforza, tanto che alle elezioni successive i partiti presi in esame avrebbero guadagnato in media il 6%. 

La tesi è che l'idea di lasciar governare l'Afd non nasca dalla fiducia nel partito di Alice Weidel, ma dalla totale rassegnazione verso le altre forze politiche. Così facendo però il baricentro del sistema si sposta sempre più verso destra. "I ricercatori - rimarca l'autore - spiegano questo fenomeno con quella che definiscono 'normalizzazione': i partiti estremisti vengono inizialmente emarginati; votarli e rappresentarne le posizioni è considerato un tabù. Ad ogni successo, questo tabù si affievolisce. Appaiono nei talk show, in parlamento e, infine, al governo. Le loro posizioni si normalizzano e perdono la loro connotazione scandalosa".

Il Guardian incolpa i partiti moderati per aver legittimato AfD

Una spiegazione analoga la offre anche Jon Henley sul quotidiano britannico 'Guardian'. La tesi è già tutta nel titolo: "Il centro europeo teme un'ondata nazionalista dopo la vittoria dell'AfD, ma la colpa è solo sua". Citando lo studio di Klüver e Annina Hermes a cui abbiamo già accennato sopra, il giornalista sostiene che "la normalizzazione da parte dei media e dei partiti tradizionali, che abbracciano senza problemi la retorica dell'estrema destra", avrebbe in realtà "legittimato tali posizioni". 

Il sunto del suo pensiero è semplice: non è vero che gli argomenti dei partiti nazionalisti non siano stati ascoltati, al contrario, è stato dato loro fin troppo spazio. Henley conclude la sua riflessione citando le parole della politologa Gabriela Greilinger: "Le politiche e le idee dell'estrema destra sono già costantemente al centro dell'attenzione, a prescindere dal fatto che l'estrema destra sia al potere o meno. Non c'è alcun cordone sanitario intorno alle loro idee".

La soluzione drastica di bandire il partito di Weidel

Tornando in Germania, sulla 'Süddeutsche Zeitung' il giornalista e storico Joachim Käppner denuncia che "la democrazia tedesca è ora minacciata dall'estrema destra come mai prima d'ora dal 1949". A suo dire in Germania "un partito di estrema destra non potrà mai essere così 'normale' come pretende di essere" l'Afd. Käppner si dice quindi scettico sul fatto che l'AfD possa virare su posizioni più moderate com'è successo ad esempio ai Verdi, partito che "non ha mai predicato l'odio per 'il sistema', nemmeno nei suoi momenti più estremi e radicali". 

Come uscirne? Se da un lato Käppner rimprovera ai partiti centristi di aver dato troppa risonanza alle "narrazioni vittimistiche dell'AfD" dall'altro li esorta a riconquistare gli elettori di Weidel trasmettendo il messaggio di "un Paese forte, molto più forte e migliore di quanto la mentalità di sfida, diffusa sia a destra che a sinistra, voglia farci credere". 

Se la strada di gran lunga preferibile è quella di parlare agli elettori delusi, l'autore non esclude neanche soluzioni drastiche come quella di bandire AfD dalle consultazioni elettorali. "La convinzione diffusa che un partito con un elettorato così ampio non possa essere messo al bando perché sarebbe antidemocratico contraddice la logica della Corte Costituzionale Federale" scrive lo storico, proprio perché la Costituzione prevede di intervenire quando la minaccia diventa "realmente significativa".

La riunificazione non riuscita secondo Le Monde

Sul francese 'Le Monde' Elisa Goudin adotta uno sguardo socio-economico e storico sostenendo che l'ascesa di AfD sia il sintomo di una "malattia cronica" della democrazia tedesca. La tesi è che l'unificazione delle due Germanie abbia deluso gli abitanti dell'Est perché "negli ultimi trentacinque anni, la democrazia non è riuscita a realizzare il suo mandato di creare pari opportunità e riconoscimento sociale per tutti". Con il voto alla destra radicale dunque gli elettori della Sassonia-Anhalt hanno voluto dimostrare che "l'Est si sta finalmente prendendo la sua rivincita e non si lascerà più dettare legge".

Il ruolo del movimento Maga

Un'altra lettura arriva da un altro giornale di area progressista, lo spagnolo 'El Pais', che collega l'affermazione del partito di Alice Weidel alla rete sovranista d'Oltreoceano. Scrive Iker Seisdedos: "Il fatto che il leader della principale potenza mondiale", ovvero Donald Trump, "stia seguendo con attenzione i risultati elettorali in uno stato della Germania orientale la dice lunga sull'energia che il movimento Maga (Make America Great Again) ha investito, sin dal ritorno al potere del suo leader, nell'avanzata dell'estrema destra in Europa. E soprattutto sulla fortuna dell'AfD, la cui vittoria di domenica rappresenta per Trump e i suoi sostenitori il frutto di un continuo sabotaggio della politica tradizionale nel Vecchio Continente".

La tesi di fondo dell'articolo è che la vittoria dell'AfD sia stata favorita, amplificata e sostenuta dalla rete politica che fa capo a Donald Trump e altri strateghi della destra statunitense come il vicepresidente JD Vance e l'onnipresente Elon Musk. Il dato da trarre guardando al dibattito è che la sinistra sembra arroccarsi sulla difesa dei valori democratici e sulla denuncia del pericolo estremista, evitando - per ora - di imboccare la via dell'autocritica. 
fonte il web


Dove vedere Real Madrid-Inter di Champions League in tv e streaming

08:40

  


Dove vedere Real Madrid-Inter di Champions League in tv e streaming

Al via la Champions: martedì l'Inter sfida il Real Madrid al Bernabeu, senza Dimarco, fermato dalla prudenza di staff medico e Chivu. Mourinho punge: «La sorpresa è che l'Inter in sei anni non ha ancora vinto la Champions»


Inizia la Champions League. Martedì 8 settembre ci sarà un’italiana in campo. Sarà l’Inter di Cristian Chivu. Andrà in scena al Santiago Bernabeu per affrontare il Real Madrid degli ex José Mourinho e Dumfries. L’Inter deve fare i conti con un forfait d’eccezione: Federico Dimarco non ha preso l’aereo per la Spagna e salterà la prima gara di Champions della stagione.

Una scelta maturata nelle ultime ore, dettata da una ferrea linea della prudenza condivisa tra lo staff medico e Chivu. Assenze anche per il Real Madrid: «La sorpresa è che l’Inter in sei anni non ha ancora vinto la Champions. Noi avremo tre squalificati, ma in campo saranno sempre 11 contro 11. Chi ha fatto il calendario delle partite magari era italiano», ha detto scherzando lo Special One. «Io preferisco il Milan, ma l’Inter del mio amico Thuram merita grande rispetto», ha dichiarato, invece, Mbappé.  


Dove vedere la partita in tv

Real Madrid-Inter, con fischio d’inizio alle ore 21, si potrà vedere su Sky Sport, Sky Sport Uno, Sky Sport 4k e in streaming su Sky Go e Now.

Le altre gare

Si giocano altre cinque partite della prima giornata di Champions League. Sono tutte esclusiva Sky. Ore 18.45 Bruges-Aston Villa; Aek Atene-Lask. Ore 21 Porto-Manchester City; Borussia Dortmund-Villarreal; Lilla-Betis Siviglia. 

Federico Vella era stato in cura da uno psichiatra: ma in due anni solo due visite

07:59

 


Federico Vella era stato in cura da uno psichiatra: ma in due anni solo due visite. A un amico disse: «Lì ci vanno i matti, io voglio che Lorena torni con me»

Federico Vella da quindici anni era in cura da uno psichiatra. E il giorno prima di uccidere l’ex fidanzata Lorena Isceri, sequestrata e gettata da un viadotto dell’autostrada tra Firenze e Bologna giovedì scorso, era andato da lui proprio per parlare di quella storia che dopo due anni era arrivata al capolinea: o meglio, questo è ciò che lui aveva spiegato allo psichiatra al quale si rivolgeva in caso di bisogno. Quell’ultimo incontro è stato soprattutto uno sfogo. Evidentemente le ultime settimane erano state molto pesanti. E dopo aver realizzato che Lorena non sarebbe tornata sui suoi passi aveva sentito il bisogno di raccontare quello che gli stava accadendo allo psichiatra che conosceva da quando aveva vent’anni.

Col tempo gli appuntamenti si erano diradati e negli ultimi due anni Federico si era fatto vedere nello studio medico solo due volte. «Era relativamente tranquillo», le parole dello psichiatra, che ha chiesto di restare anonimo, in un’intervista all’inviato del Tg1 Giuseppe La Venia. Ripete quel «relativamente» come a voler sottolineare che forse non lo era troppo.
«Sono rimasto assolutamente sconvolto — prosegue — quando ho saputo quello che aveva fatto, non me l’aspettavo minimamente e non c’erano segnali che potessero far temere quello che è poi accaduto». 

Fino alla settimana scorsa, ha spiegato, Federico Vella non era una persona potenzialmente violenta o pericolosa. Nell’incontro aveva parlato solo del rapporto con Lorena, aveva spiegato che aveva accettato di fare terapia di coppia ma che non c’erano stati i risultati sperati perché a lui non era piaciuto lo psicoterapeuta. «Sei pagato per farci lasciare» gli avrebbe detto Vella prima di andare via sbattendo la porta, secondo quanto riferito dalla mamma di Lorena agli investigatori della squadra mobile.

Che a Vella avessero diagnosticato una malattia psichiatrica o no, quello che è certo è che nelle ultime settimane era molto agitato. «Non si rassegnava a perdere quella che definiva la sua prima storia importante», le parole di un amico. Raccontava che Lorena l’aveva tradito e che lui stava facendo di tutto per ritornare con lei. La chiamava continuamente, la cercava anche in palestra ma lei per Ferragosto era andata via da Firenze e aveva anche smesso di rispondere al telefono. La mamma di Lorena ha invece raccontato che era stata sua figlia ad aprile a scoprire da alcuni messaggi che lui aveva perso la testa per un’altra donna e per questo aveva deciso di chiudere la storia. Durante una lite ad agosto lui l’avrebbe minacciata con un coltello. Un amico, vedendolo così agitato, gli aveva consigliato di andare dallo psicologo ma la sua risposta era stata netta: «Dallo psicologo ci vanno i matti, io sto bene, voglio solo convincerla a ritornare con me».


Penélope Cruz al Festival di Venezia 2026 in abito rosso fuoco Chanel con fascia floreale tridimensionale

21:00



Penélope Cruz al Festival di Venezia 2026 stupisce tutti con un abito Chanel. E il legame con la Maison francese non si ferma qui


Il cinema d'autore incontra ancora una volta la moda. Sia grazie all'attrice Penélope Cruz, che al Festival di Venezia 2026 ha sfoggiato alcune creazioni firmate Chanel, sia per il sostengo della stessa Maison francese nella produzione di Bunker, il nuovo lungometraggio scritto e diretto da Florian Zeller. Presentato in anteprima e in concorso all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il film riunisce sul grande schermo proprio Cruz, ambasciatrice di Chanel, e l'attore - nonché suo marito - Javier Bardem.
Il look Chanel di Penélope Cruz al Festival di Venezia 2026

Chanel è tornata protagonista anche sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia 2026, ancora una volta al fianco di Penélope Cruz. L'attrice ha scelto un abito rosso fuoco, intenso e scenografico, pensato per seguire la silhouette con una linea lunga e fluida. La profonda scollatura valorizza il décolleté, insieme alla schiena, e il tessuto scivola lungo il corpo con un'eleganza essenziale, quasi austera.

A interrompere la continuità della silhouette è una fascia floreale tridimensionale, composta da micro pistilli colorati da punte di nero e applicata sul punto vita, sviluppata proprio come un elemento scultoreo. Il dettaglio, realizzato dall'atelier della Maison sotto la direzione creativa di Matthieu Blazy, introduce volume e movimento, trasformando la linearità dell'abito in una composizione più dinamica e preziosa.

Madrid attacca Roma, richiamo di Von Der Leyen all'unità sui migranti

17:23

 


 

Madrid attacca Roma, richiamo di Von Der Leyen all'unità sui migranti

Prenderà il via alle ore 10 il vertice straordinario da remoto del Consiglio Ue informale Affari Interni indetto dal turno di presidenza irlandese. Il meeting segue l'appello scritto inviato da Giorgia Meloni insieme alla prima ministra danese Mette Frederiksen, e siglato da ulteriori venti governi europei, incentrato sull'emergenza migratoria a Ceuta. Al tavolo siederanno pure i membri extra-Ue del blocco Schengen (ovvero Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein) e i delegati del Servizio europeo per l'azione esterna (Seae), quest'ultimo già attivo nel briefing mattutino con i diplomatici dei 27 Paesi membri, a cui si sono uniti gli esperti di Frontex, Europol e dell'Agenzia per l'asilo dell'Unione. Il dibattito verrà guidato dal titolare irlandese per la Giustizia, l'Interno e la Migrazione, Jim O'Callaghan; per l'Italia interverrà il capo del Viminale Matteo Piantedosi, pronto a illustrare il piano strategico di Roma relativo all'istituzione di centri di rimpatrio per migranti situati fuori dai confini comunitari. Successivamente, alle 13, il responsabile europeo per gli Affari interni Magnus Brunner presiederà un incontro con i giornalisti per riassumere l'esito dei lavori.
La spaccatura diplomatica tra Roma e Madrid si fa sempre più netta, minacciando di condizionare i negoziati chiave sui dossier europei in agenda per la stagione autunnale. Dalla capitale iberica è giunta una nuova dura critica all'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, accusato di non aver gestito in modo adeguato gli eventi legati a Ceuta. A riaccendere la polemica è stato il capo della diplomazia spagnola José Manuel Albares, il quale ha censurato duramente anche i partiti della destra locale per i loro comportamenti ritenuti "privi di responsabilità". Dal canto suo, la risposta istituzionale italiana si è snodata inizialmente tramite una nota del ministero dell'Interno, volta a evidenziare i dati positivi della gestione Meloni: gli arrivi via mare mostrano "una contrazione del 55% nel confronto con l'anno precedente e di circa l'82% rispetto al 2023, data del debutto del governo". "Non replico verbalmente alle parole del mio omologo spagnolo, poiché parlano i dati. Questi risultati derivano da un impegno costante e da intese strategiche strette con otto nazioni di partenza e di transito, che favoriscono canali d'ingresso legali e sicuri stroncando la tratta di persone", ha precisato in seguito il titolare della Farnesina Antonio Tajani. Dai banchi di Fratelli d'Infedeltà si registra un affondo più politico, con l'eurodeputato Carlo Fidanza che ha liquidato come "paradossali e doppie" le accuse all'Italia da parte del premier Sanchez, descritto come un leader "ormai alle corde".
 
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