Reyson Grumelli: "Quando il talento supera la bellezza" – L'intervista
GLI INIZI
Reyson, hai iniziato molto giovane. Se oggi ti guardi indietro, come descriveresti il tuo percorso?
Ho iniziato davvero da piccolo e quindi, in un certo senso, sono cresciuto dentro questo mondo. Ho studiato, ho fatto tanti provini, ho ricevuto dei sì ma anche dei no. Ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa. La cosa bella è che oggi sento di avere ancora la stessa voglia di quando ho iniziato, però con molta più consapevolezza.
Cinema, televisione, conduzione, musica, pubblicità: hai sperimentato praticamente tutto. Dove ti senti davvero a casa?
Sul set. Senza dubbio. Però non voglio rinunciare alle altre cose. Amo la musica, mi piace la televisione e la conduzione mi ha insegnato tantissimo. Non voglio mettermi un’etichetta. Voglio essere libero di sperimentare.
Hai studiato molto e continui a farlo. Il talento basta?
No. Il talento è un punto di partenza. Poi servono studio, disciplina, puntualità, rispetto per chi lavora con te e soprattutto tanta costanza. Questo è un mestiere nel quale non credo si finisca mai di imparare.
QUANDO IL TALENTO SUPERA LA BELLEZZA
Parliamo anche della tua immagine. La tua bellezza ti ha mai messo in difficoltà durante un provino? Da un ragazzo molto bello sembra quasi che ci si aspetti automaticamente qualcosa in più.
Sì, qualche volta l’ho percepito. La bellezza può sicuramente aiutarti ad attirare l’attenzione, sarebbe stupido negarlo, ma può anche diventare un’etichetta. A volte hai la sensazione di dover dmostrare il doppio perché non vuoi essere considerato semplicemente “quello bello”.
Ti è mai venuta voglia di dire: “Guardate oltre il mio viso, sono un attore”?
Assolutamente sì. Preferisco cento volte che qualcuno alla fine di un film mi dica “sei stato bravo” piuttosto che “sei bello”. L’aspetto cambia, passa. Quello che costruisci professionalmente rimane.
Quindi essere belli nel cinema non basta?
Assolutamente no. Magari può aprirti una porta, ma se dietro non c’è preparazione quella porta si richiude molto velocemente.
Accetteresti di trasformarti completamente per un ruolo, anche diventando quasi irriconoscibile?
Subito! Anzi, è una cosa che mi piacerebbe tantissimo. Vorrei interpretare un personaggio lontanissimo dalla mia immagine, trasformarmi fisicamente e costringere il pubblico a dimenticare completamente Reyson.
VENEZIA
Stai per andare a Venezia in occasione del Festival del Cinema. Cosa ti aspetti?
Voglio viverla senza troppe aspettative. Venezia per chi ama il cinema ha qualcosa di speciale. Voglio guardare, conoscere persone, confrontarmi e respirare cinema. Già essere lì rappresenta per me una bellissima esperienza.
Ti immagini un giorno di tornare a Venezia con un film scritto e diretto da te?
Sarebbe un sogno enorme. E oggi, con Quattro su dieci, quel sogno forse mi sembra un po’ meno lontano.
ANAS E I GIOVANI
Hai partecipato a uno spot ANAS dedicato alla sicurezza sulle strade. Che consiglio vuoi dare ai ragazzi della tua età?
Di non sentirsi mai invincibili. Quando siamo giovani pensiamo spesso “a me non succede”. In macchina basta un secondo: un messaggio, una distrazione, la velocità, una leggerezza. Nessuna serata e nessun messaggio valgono una vita. Divertitevi, ma quando guidate pensate anche alle persone che vi aspettano a casa.
Un giovane artista ha anche una responsabilità verso chi lo segue?
Secondo me sì. Non significa dover essere perfetti, perché nessuno lo è. Però se hai la possibilità di utilizzare la tua immagine per mandare un messaggio utile, credo sia giusto farlo.
UN 2026 PIENO DI CINEMA
A fine 2026 hai diversi progetti: a novembre Storia di una Mistress con Alice Carollo, poi Bu Bu Set, al fianco di diversi attori tra cui Romano Talevi, e Luxury Frames insieme a Giulia Ragazzini. Ti aspettavi un anno del genere?
No, e forse è proprio questo il bello. È stato un anno molto intenso. Tre progetti diversi che mi hanno permesso di mostrare parti differenti di me e soprattutto di incontrare tante persone dalle quali imparare.
In Luxury Frames tu e Giulia Ragazzini avete interagito con diversi personaggi importanti del cinema e dello spettacolo, tra cui Paolo Ruffini. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Tantissimo. Quando hai davanti persone che lavorano in questo ambiente da molti anni cerchi di ascoltare. Ogni incontro può lasciarti una frase, un consiglio o semplicemente un modo diverso di guardare questo mestiere. Con Giulia abbiamo avuto la fortuna di vivere tutto questo direttamente, senza filtri.
E Bu Bu Set?
È un progetto completamente diverso. Ci sono personalità ed esperienze molto differenti, tra cui Romano Talevi. È stato interessante proprio per questo: ogni persona porta sul set il proprio mondo e tu inevitabilmente impari qualcosa.
STORIA DI UNA MISTRESS
Arriviamo a Storia di una Mistress. A novembre finalmente il film arriverà nelle safe. Cosa rappresenta per te?
È uno dei progetti ai quali sono più legato. È stato un percorso importante e sapere che finalmente arriverà davanti al pubblico mi emoziona. Quando giri vivi il film dentro una specie di bolla; quando esce, invece, non è più tuo. Appartiene agli spettatori.
Sei protagonista insieme ad Alice Carollo. Come avete lavorato insieme?
Con Alice si è creata una bella sintonia professionale. In una storia come questa devi fidarti della persona che hai davanti perché ci sono emozioni e dinamiche che devono sembrare vere. Abbiamo cercato di ascoltarci molto.
Il titolo Storia di una Mistress può far immaginare un certo tipo di film. Il pubblico resterà sorpreso?
Credo di sì. Il titolo è forte, ma dietro c’è molto di più. Ci sono sentimenti, fragilità, rapporti, scelte e conseguenze. Non credo sia una storia nella quale sia così semplice dividere i buoni dai cattivi.
NEW LOOK, NEW REYSON?
Ultimamente hai cambiato completamente look. Semplice voglia di cambiare o sta cambiando qualcosa anche dentro Reyson?
Entrambe le cose. Avevo voglia di guardarmi allo specchio e vedermi diverso. Ma probabilmente non è casuale che sia successo proprio adesso. Sto cambiando professionalmente, sto iniziando nuovi studi e sto per affrontare una sfida completamente nuova. Forse avevo bisogno di segnare questo momento anche esteriormente.
Quindi stiamo conoscendo un nuovo Reyson?
Forse un Reyson più adulto. Sempre io, ma con più voglia di rischiare.
LA SCELTA DI CRIMINOLOGIA
Abbiamo saputo che hai scelto la facoltà di Criminologia. Una scelta decisamente particolare per un attore. Perché?
Perché mi affascina moltissimo il comportamento umano. Quando qualcuno commette un reato vediamo quello che è successo alla fine. A me interessa anche capire cosa è successo prima. Quali esperienze, quali fragilità, quale ambiente possono aver portato una persona a determinate scelte.
Dobbiamo pensare che Quattro su dieci abbia qualcosa a che fare con questa scelta?
Sicuramente ha contribuito. Scrivendo Quattro su dieci mi sono avvicinato a realtà che mi hanno fatto nascere tantissime domande. A un certo punto ho capito che non volevo semplicemente documentarmi per un progetto: volevo studiare e approfondire seriamente questa materia.
QUATTRO SU DIECI
E arriviamo alla grande novità: Quattro su dieci, scritto, diretto e interpretato da te. Come nasce?
Nasce dalla voglia di raccontare qualcosa che sentivo veramente mio. Per la prima volta non devo soltanto entrare nel mondo immaginato da qualcun altro: quel mondo devo costruirlo io. È bellissimo e allo stesso tempo fa paura.
Perché Quattro su dieci?
Questa non ve la dico! (ride) Posso soltanto dire che il titolo ha un significato molto preciso e che, quando si scoprirà, probabilmente si capirà ancora meglio il senso del progetto.
Sappiamo che parlerai anche di storie legate alla criminalità giovanile. Puoi anticiparci qualcosa?
Posso dire che non voglio raccontare semplicemente ragazzi che commettono reati. Mi interessa quello che c’è dietro. Da onde vengono? Cosa è mancato? In quale momento qualcosa si è spezzato? E soprattutto: quando un ragazzo sbaglia, dobbiamo considerarlo perso per sempre?



