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Reyson Grumelli: ‘Quando il talento supera la bellezza’ – L'intervista

09:17

 


Reyson Grumelli: "Quando il talento supera la bellezza" – L'intervista

GLI INIZI
Reyson, hai iniziato molto giovane. Se oggi ti guardi indietro, come descriveresti il tuo percorso?
Ho iniziato davvero da piccolo e quindi, in un certo senso, sono cresciuto dentro questo mondo. Ho studiato, ho fatto tanti provini, ho ricevuto dei sì ma anche dei no. Ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa. La cosa bella è che oggi sento di avere ancora la stessa voglia di quando ho iniziato, però con molta più consapevolezza.
Cinema, televisione, conduzione, musica, pubblicità: hai sperimentato praticamente tutto. Dove ti senti davvero a casa?
Sul set. Senza dubbio. Però non voglio rinunciare alle altre cose. Amo la musica, mi piace la televisione e la conduzione mi ha insegnato tantissimo. Non voglio mettermi un’etichetta. Voglio essere libero di sperimentare.
Hai studiato molto e continui a farlo. Il talento basta?
No. Il talento è un punto di partenza. Poi servono studio, disciplina, puntualità, rispetto per chi lavora con te e soprattutto tanta costanza. Questo è un mestiere nel quale non credo si finisca mai di imparare.
QUANDO IL TALENTO SUPERA LA BELLEZZA
Parliamo anche della tua immagine. La tua bellezza ti ha mai messo in difficoltà durante un provino? Da un ragazzo molto bello sembra quasi che ci si aspetti automaticamente qualcosa in più.
Sì, qualche volta l’ho percepito. La bellezza può sicuramente aiutarti ad attirare l’attenzione, sarebbe stupido negarlo, ma può anche diventare un’etichetta. A volte hai la sensazione di dover dmostrare il doppio perché non vuoi essere considerato semplicemente “quello bello”.
Ti è mai venuta voglia di dire: “Guardate oltre il mio viso, sono un attore”?
Assolutamente sì. Preferisco cento volte che qualcuno alla fine di un film mi dica “sei stato bravo” piuttosto che “sei bello”. L’aspetto cambia, passa. Quello che costruisci professionalmente rimane.
Quindi essere belli nel cinema non basta?
Assolutamente no. Magari può aprirti una porta, ma se dietro non c’è preparazione quella porta si richiude molto velocemente.
Accetteresti di trasformarti completamente per un ruolo, anche diventando quasi irriconoscibile?
Subito! Anzi, è una cosa che mi piacerebbe tantissimo. Vorrei interpretare un personaggio lontanissimo dalla mia immagine, trasformarmi fisicamente e costringere il pubblico a dimenticare completamente Reyson.
VENEZIA
Stai per andare a Venezia in occasione del Festival del Cinema. Cosa ti aspetti?
Voglio viverla senza troppe aspettative. Venezia per chi ama il cinema ha qualcosa di speciale. Voglio guardare, conoscere persone, confrontarmi e respirare cinema. Già essere lì rappresenta per me una bellissima esperienza.
Ti immagini un giorno di tornare a Venezia con un film scritto e diretto da te?
Sarebbe un sogno enorme. E oggi, con Quattro su dieci, quel sogno forse mi sembra un po’ meno lontano.
ANAS E I GIOVANI
Hai partecipato a uno spot ANAS dedicato alla sicurezza sulle strade. Che consiglio vuoi dare ai ragazzi della tua età?
Di non sentirsi mai invincibili. Quando siamo giovani pensiamo spesso “a me non succede”. In macchina basta un secondo: un messaggio, una distrazione, la velocità, una leggerezza. Nessuna serata e nessun messaggio valgono una vita. Divertitevi, ma quando guidate pensate anche alle persone che vi aspettano a casa.
Un giovane artista ha anche una responsabilità verso chi lo segue?
Secondo me sì. Non significa dover essere perfetti, perché nessuno lo è. Però se hai la possibilità di utilizzare la tua immagine per mandare un messaggio utile, credo sia giusto farlo.
UN 2026 PIENO DI CINEMA
A fine 2026 hai diversi progetti: a novembre Storia di una Mistress con Alice Carollo, poi Bu Bu Set, al fianco di diversi attori tra cui Romano Talevi, e Luxury Frames insieme a Giulia Ragazzini. Ti aspettavi un anno del genere?
No, e forse è proprio questo il bello. È stato un anno molto intenso. Tre progetti diversi che mi hanno permesso di mostrare parti differenti di me e soprattutto di incontrare tante persone dalle quali imparare.
In Luxury Frames tu e Giulia Ragazzini avete interagito con diversi personaggi importanti del cinema e dello spettacolo, tra cui Paolo Ruffini. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Tantissimo. Quando hai davanti persone che lavorano in questo ambiente da molti anni cerchi di ascoltare. Ogni incontro può lasciarti una frase, un consiglio o semplicemente un modo diverso di guardare questo mestiere. Con Giulia abbiamo avuto la fortuna di vivere tutto questo direttamente, senza filtri.
E Bu Bu Set?
È un progetto completamente diverso. Ci sono personalità ed esperienze molto differenti, tra cui Romano Talevi. È stato interessante proprio per questo: ogni persona porta sul set il proprio mondo e tu inevitabilmente impari qualcosa.
STORIA DI UNA MISTRESS
Arriviamo a Storia di una Mistress. A novembre finalmente il film arriverà nelle safe. Cosa rappresenta per te?
È uno dei progetti ai quali sono più legato. È stato un percorso importante e sapere che finalmente arriverà davanti al pubblico mi emoziona. Quando giri vivi il film dentro una specie di bolla; quando esce, invece, non è più tuo. Appartiene agli spettatori.
Sei protagonista insieme ad Alice Carollo. Come avete lavorato insieme?
Con Alice si è creata una bella sintonia professionale. In una storia come questa devi fidarti della persona che hai davanti perché ci sono emozioni e dinamiche che devono sembrare vere. Abbiamo cercato di ascoltarci molto.
Il titolo Storia di una Mistress può far immaginare un certo tipo di film. Il pubblico resterà sorpreso?
Credo di sì. Il titolo è forte, ma dietro c’è molto di più. Ci sono sentimenti, fragilità, rapporti, scelte e conseguenze. Non credo sia una storia nella quale sia così semplice dividere i buoni dai cattivi.
NEW LOOK, NEW REYSON?
Ultimamente hai cambiato completamente look. Semplice voglia di cambiare o sta cambiando qualcosa anche dentro Reyson?
Entrambe le cose. Avevo voglia di guardarmi allo specchio e vedermi diverso. Ma probabilmente non è casuale che sia successo proprio adesso. Sto cambiando professionalmente, sto iniziando nuovi studi e sto per affrontare una sfida completamente nuova. Forse avevo bisogno di segnare questo momento anche esteriormente.
Quindi stiamo conoscendo un nuovo Reyson?
Forse un Reyson più adulto. Sempre io, ma con più voglia di rischiare.
LA SCELTA DI CRIMINOLOGIA
Abbiamo saputo che hai scelto la facoltà di Criminologia. Una scelta decisamente particolare per un attore. Perché?
Perché mi affascina moltissimo il comportamento umano. Quando qualcuno commette un reato vediamo quello che è successo alla fine. A me interessa anche capire cosa è successo prima. Quali esperienze, quali fragilità, quale ambiente possono aver portato una persona a determinate scelte.
Dobbiamo pensare che Quattro su dieci abbia qualcosa a che fare con questa scelta?
Sicuramente ha contribuito. Scrivendo Quattro su dieci mi sono avvicinato a realtà che mi hanno fatto nascere tantissime domande. A un certo punto ho capito che non volevo semplicemente documentarmi per un progetto: volevo studiare e approfondire seriamente questa materia.
QUATTRO SU DIECI
E arriviamo alla grande novità: Quattro su dieci, scritto, diretto e interpretato da te. Come nasce?
Nasce dalla voglia di raccontare qualcosa che sentivo veramente mio. Per la prima volta non devo soltanto entrare nel mondo immaginato da qualcun altro: quel mondo devo costruirlo io. È bellissimo e allo stesso tempo fa paura.
Perché Quattro su dieci?
Questa non ve la dico! (ride) Posso soltanto dire che il titolo ha un significato molto preciso e che, quando si scoprirà, probabilmente si capirà ancora meglio il senso del progetto.
Sappiamo che parlerai anche di storie legate alla criminalità giovanile. Puoi anticiparci qualcosa?
Posso dire che non voglio raccontare semplicemente ragazzi che commettono reati. Mi interessa quello che c’è dietro. Da onde vengono? Cosa è mancato? In quale momento qualcosa si è spezzato? E soprattutto: quando un ragazzo sbaglia, dobbiamo considerarlo perso per sempre?

Intervista a Beatrice Leotta: “Dietro ogni grande immagine c’è una storia da raccontare”

17:26

 

Beatrice Leotta: “Dietro ogni grande immagine c’è una storia da raccontare”

Dopo le esperienze nei docufilm L’Abito e l’Anima – Il filo invisibile, Bu Bu Set e il recente Luxury Frames, Beatrice Leotta continua a costruire il proprio percorso nel cinema come hair stylist e make-up artist, distinguendosi per sensibilità, tecnica e attenzione ai dettagli. L’abbiamo incontrata per parlare del suo lavoro, dell’esperienza vissuta durante il Marateale – Premio Internazionale Basilicata e delle persone con cui ha condiviso questo percorso.
Beatrice, il tuo percorso nel cinema continua a crescere. Cosa rappresenta oggi per te questo lavoro? Per me significa raccontare emozioni attraverso l’immagine. Trucco e capelli non sono semplicemente elementi estetici: aiutano gli attori a entrare nel personaggio e contribuiscono a dare credibilità a una storia. Ogni produzione mi insegna qualcosa di nuovo e mi permette di crescere professionalmente.
In “Luxury Frames” hai lavorato durante il Marateale – Premio Internazionale Basilicata. Che esperienza è stata? È stata un’esperienza intensa e molto stimolante. Il Marateale è un luogo in cui si incontrano artisti, produttori, registi e professionisti del settore. Respirare quell’atmosfera e lavorare in un contesto così prestigioso è stato davvero emozionante.
Nel docufilm uno dei protagonisti è Reyson Grumelli, narratore e intervistatore insieme a Giulia Ragazzini. Com’è stato lavorare con lui? Reyson ha una presenza molto naturale davanti alla telecamera. Riesce a mettere gli ospiti a proprio agio e questo rende ogni intervista spontanea e autentica. È un professionista serio, disponibile e molto attento ai dettagli. Dal punto di vista dell’hair styling e del make-up è stato un piacere valorizzarne l’immagine, mantenendo sempre uno stile elegante e coerente con il racconto del docufilm.
In “Luxury Frames” hai lavorato anche al fianco di Giulia Ragazzini, narratrice e intervistatrice del docufilm insieme a Reyson Grumelli. Com’è stata questa collaborazione? Giulia è una professionista molto preparata e sempre disponibile. Ha una grande eleganza davanti alla telecamera e riesce a creare subito empatia con le persone che intervista. Dal punto di vista del trucco e dell’hair styling è stato un piacere lavorare con lei, perché comprende l’importanza dei dettagli e si affida con grande fiducia al lavoro del reparto. Insieme a Reyson ha formato una coppia molto affiatata, capace di raccontare il festival con naturalezza, sensibilità e professionalità, dando un valore aggiunto a Luxury Frames.
In “Luxury Frames” hai lavorato anche con i registi Monica Bartolucci e Ciro Tomaiuoli. Com’è stato confrontarsi con due sensibilità artistiche diverse? È stata un’esperienza molto stimolante. Monica Bartolucci e Ciro Tomaiuoli hanno due approcci diversi ma perfettamente complementari. Monica segue ogni dettaglio con grande determinazione e ha una visione molto chiara del progetto, mentre Ciro ha una sensibilità cinematografica che riesce a valorizzare ogni scena. Per chi lavora nel reparto hair styling e make-up è fondamentale confrontarsi con una regia che cura ogni particolare, perché ogni scelta contribuisce a raccontare una storia.
Quanto è importante il rapporto con il direttore della fotografia Federico Prosperi? È fondamentale. Federico Prosperi ha un occhio straordinario per la luce e per l’immagine, e questo significa che anche il nostro lavoro deve essere studiato nei minimi dettagli. Trucco, acconciature e fotografia devono dialogare continuamente. Con Federico c’è stato un confronto costante per ottenere un risultato naturale ed elegante, sempre al servizio della narrazione. Quando ogni reparto lavora in sintonia, il risultato finale acquista ancora più valore.
Quanto conta il lavoro di squadra su un set? È fondamentale. Ogni reparto contribuisce al risultato finale e quando c’è collaborazione tra produzione, regia, fotografia, attori e trucco e parrucco, il pubblico percepisce la qualità del lavoro. Luxury Frames mi ha confermato quanto il cinema sia un’opera collettiva, in cui il contributo di ogni professionista è indispensabile.
Hai lavorato con la produttrice Monica Bartolucci. Molti la descrivono come una professionista dal carattere forte, molto esigente, che sul set non fa differenze tra amici, parenti o collaboratori. Cosa ti ha insegnato questa esperienza? Monica Bartolucci è una persona molto determinata e pretende il massimo da tutti, a partire da se stessa. Sul set ho imparato che il cinema richiede disciplina, rispetto dei ruoli e un grande senso di responsabilità. È vero, non esistono favoritismi: chi lavora bene viene apprezzato, ma tutti devono dare il massimo indipendentemente dai rapporti personali. Questo mi ha insegnato a essere ancora più precisa, organizzata e professionale. All’inizio può sembrare un approccio severo, ma poi si capisce che ogni richiesta ha un obiettivo preciso: realizzare un prodotto di qualità. È un’esperienza che mi ha fatto crescere sia dal punto di vista umano che lavorativo.
Al di fuori del set, Monica Bartolucci viene descritta da molti come una persona solare e molto buona di cuore. Tu hai riscontrato queste caratteristiche? Assolutamente sì. Sul set Monica è molto concentrata sul lavoro e pretende professionalità da tutti, ma fuori dal contesto lavorativo è una persona completamente diversa. L’ho conosciuta come una donna disponibile, solare e generosa, sempre pronta ad ascoltare e ad aiutare chi ha voglia di imparare. Credo che la sua forza stia proprio nel saper distinguere il lato professionale da quello umano: quando si lavora mette il progetto al primo posto, mentre nella vita quotidiana sa essere accogliente, ironica e attenta alle persone che le sono accanto. È una qualità che ho apprezzato molto e che mi ha fatto capire quanto tenga davvero alla crescita del suo team.
Se dovessi descrivere Monica Bartolucci con tre parole, quali sceglieresti? Determinazione, passione e umanità. Determinazione perché non si arrende mai davanti alle difficoltà; passione perché vive il cinema ventiquattr’ore su ventiquattro e riesce a trasmettere questo entusiasmo a chi lavora con lei; umanità perché, al di là dell’immagine della produttrice esigente, è una persona che sa tendere una mano, valorizzare i talenti e credere nelle persone, soprattutto nei giovani che desiderano crescere in questo settore.
C’è un momento di “Luxury Frames” che ricordi con particolare emozione? Sicuramente le giornate dedicate alle interviste con i grandi ospiti del Marateale – Premio Internazionale Basilicata. È stato emozionante vedere da vicino personalità del cinema e dello spettacolo come Paolo Ruffini, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Costa, il regista Christian Marazziti e tanti altri importanti protagonisti del panorama cinematografico italiano. Vedere Reyson Grumelli e Giulia Ragazzini condurre le interviste con naturalezza e professionalità è stato motivo di grande soddisfazione. Dietro la macchina da presa si respirava un autentico spirito di squadra: regia, fotografia, produzione, trucco e parrucco lavoravano in perfetta sintonia. È in quei momenti che ho capito ancora di più quanto ogni reparto contribuisca alla riuscita di un progetto cinematografico e quanto Luxury Frames sia stato un’esperienza unica, sia dal punto di vista professionale che umano.
Qual è il tuo obiettivo per il futuro? Continuare a crescere nel cinema, collaborando con produzioni sempre più importanti senza perdere la passione con cui ho iniziato. Mi piacerebbe affrontare nuove sfide, lavorare anche su produzioni internazionali e continuare a imparare da professionisti di grande esperienza.
Se dovessi descrivere il tuo lavoro con una sola parola? Emozione. Perché ogni volto che preparo racconta una storia e ogni storia lascia qualcosa anche a me. Il mio obiettivo è continuare a emozionare il pubblico, anche attraverso quei dettagli che spesso non si vedono, ma che fanno la differenza sul grande schermo.



“Il Killer delle Cinquanta Lire”: intervista a Fulvio e Chiara sul loro romanzo più dark e maturo

09:29

"Il Killer delle Cinquanta Lire": intervista a Fulvio e Chiara sul loro romanzo più dark e maturo

Fulvio Di Chiara, alias Chiara Nervo e Fulvio Tango, ci con il romanzo Il Killer delle Cinquanta Lire, dai tratti decisamente più dark. La coppia di giallisti torna a farci divertire e a rimanere col fiato sospeso dopo la pubblicazione della trilogia: La forma del delitto (2023), I diavoli di San Lorenzo (2024) e Sceneggiatura per un delitto (2024)

Fulvio, Chiara, con il nuovo romanzo avete dato un'impronta più dark al vostro stile. Che cosa vi ha spinto a fare questa scelta?
F: Già durante la stesura del nostro ultimo romanzo, Sceneggiatura per un delitto, dall’atmosfera decisamente più scanzonata, avevamo pensato che il nostro prossimo lavoro sarebbe stato sempre un giallo, ma diverso. Appunto con atmosfere e personaggi più dark come dici tu o, per usare un’espressione che oggi va di moda, più noir.
Personalmente non ho sentito la necessità di cambiare genere per una sfida o per dimostrare qualcosa. Per un lettore compulsivo come me, scrivere è un po’ un restituire qualcosa; qualcosa di quello che altri scrittori mi hanno donato attraverso le loro opere. Possiamo dire che sentivo la necessità di “restituire” un romanzo di questo tipo.
Tutto è iniziato quasi come un esperimento, poi ci abbiamo preso gusto. Però, per quanto riguarda il risultato, ci rimettiamo all’insindacabile giudizio dei lettori.
C: Allora dico ai lettori: siate clementi. Anzi, no: spietati, ma giusti. Come diceva Fulvio, volevamo provare a esplorare un mondo diverso, a lasciare il tono scanzonato della commedia, con i suoi personaggi stralunati, per immergerci in un’atmosfera più cupa, più concreta o realistica se vuoi, ma senza mai abbandonare una certa ironia. Se volessimo fare un paragone con la grafica, i precedenti lavori erano albi a colori (ok, Fulvio mi sta dicendo che "albo" è una parola desueta, ma a me piace e la uso lo stesso!), invece Il killer delle cinquanta lire potrebbe essere una graphic novel in bianco e nero.
Anche nei vostri precedenti romanzi gli omicidi erano, in taluni casi, molto efferati, ma qui si sfiora quasi l'horror. A quali film o serie televisive vi siete ispirati per la stesura?
F: Le fonti di ispirazione sono tante. Chi scrive, spesso, non fa altro che riproporre elementi che qualcun altro ha portato in scena, ricombinandosi però in modo nuovo e originale. In particolare, per quanto mi riguarda, l’ispirazione principale mi viene dalle opere di Stephen King, specialmente le più recenti in cui si è cimentato nel giallo che sconfinisce nel sovrannaturale.
C: È vero, lo scrittore riorganizza immagini, idee, frasi e pensieri che in qualche momento si sono depositati nella sua mente. Sicuramente nel romanzo sono confluite suggestioni che arrivano da tante parti e non saprei identificarle tutte. Ma per provare a rispondere ti direi che c’è un po’ di Fruttero & Lucentini, forse un po’ di Hitchcock — per cui ho una vera passione — e sicuramente un po’ di Dario Argento, che a sua volta deve molto al regista inglese.
La colonna sonora che avete consumato durante la fase di scrittura?
F: Spesso mentre scrivo ascolto musica, e ascolto un po’ di tutto. Per farti alcuni nomi: De André, Branduardi, Johnny Cash, Bruce Springsteen. È vero, tutti autori che non ci sono più o che ormai sono piuttosto attempati, ma non dimentichiamo che Il killer delle cinquanta lire è ambientato negli anni '80, quando questi signori erano vivi ed erano nel fiore degli anni!
C: Invece io, quando scrivo, non ascolto nulla; o meglio, non sento nulla. Sì, perché proprio non presto attenzione ai suoni che mi circondano, invece sento i suoni della scena che sto scrivendo. Figurati che un mattino, dopo quasi tre ore di incessante e fastidioso bip bip, mi sono accorta che quel suono proveniva dalla cucina: la caffettiera elettrica stava agonizzando. Poteva mandare in corto circuito l’impianto elettrico, ma io scrivevo, scrivevo… Per la cronaca: gran capitolo, caffettiera morta.
Quando l'avete riletto, una volta stampato, che cosa avete pensato?
F: Sinceramente ho pensato che tra tutti i romanzi che abbiamo scritto fosse il migliore. Penso che sia piaciuto anche a Chiara (ma non rispondo per lei, adesso ci dirà), tanto che stiamo già scrivendo la seconda avventura del cupo e taciturno investigatore Borgo.
C: Sì, credo che sia un’opera più matura rispetto ai precedenti. Come dice sempre Fulvio, noi scrittori siamo anche i nostri primi lettori. Lavorando in due è anche più facile passare da un ruolo all’altro, però credo che a un certo punto della stesura bisogni dimenticarsi di aver scritto e guardare all’opera da lettore. E devo dire che, da lettrice, ero invogliata a continuare la storia, anche se sapevo già come andava a finire. Insomma, smemorata sì, ma non così tanto!
A proposito, come vi siete suddivisi il lavoro durante la stesura dell'opera?
F: In realtà, la suddivisione del lavoro non è decisa una volta per tutte sin dall’inizio. Pensa che all’inizio non era sicuro neanche chi fosse l’assassino... Quando il lavoro procede bene, sono i personaggi che prendono il sopravvento e sembra quasi che agiscano autonomamente, facendo procedere la storia da sola. A quel punto sono loro che chiamano Chiara o me per la stesura del prossimo capitolo.
Comunque, in generale seguiamo questo metodo: uno fa la stesura di un capitolo e l’altro riguarda, aggiusta, migliora. 
Adesso ci chiederai se litighiamo? Mai sulla trama o su chi deve scrivere un capitolo; diciamo che, soprattutto all’inizio, a volte discutiamo sul carattere dei personaggi. Chiara magari ritiene che il signor X, in quella determinata situazione, reagirebbe in quella maniera, io invece non sono d’accordo. Poi, una volta che i personaggi si delineano, sono loro che decidono se una cosa la farebbero o no e, a quel punto, chiunque di noi scriva non fa altro che accogliere le direttive dei nostri dispotici protagonisti.
C: Sottoscrivo. Ha spiegato bene Fulvio il meccanismo per cui i personaggi a un certo punto prendono vita. C’è un momento in cui tutti dicono la loro, cosa vogliono fare o non fare. Una gran confusione. Poi, alcuni prendono in simpatia Fulvio, altri me, e si raccontano meglio: chi sono, il loro passato, le loro aspirazioni. E noi poveri scrittori dobbiamo cercare di farli coesistere nello stesso mondo.
L'editing a questo giro è stato appassionante o disperatissimo?
F: L’editing, proprio per il fatto di lavorare in due, è sempre piuttosto appassionante. È proprio questo il vantaggio di lavorare a quattro mani, perché sai che quello che scrivi sarà revisionato da un’altra persona che conosce la storia, l’ambiente, i personaggi e potrà, meglio di chiunque altro, segnalarti eventuali errori o criticità.
Poi, naturalmente, ci serviamo sempre di una persona esterna che edita i nostri lavori una volta che abbiamo rivisto tutto. Proprio in questa fase abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone brillanti e competenti che ci hanno dato consigli e suggerimenti per migliorare i nostri lavori.
C: Vero, un editing esterno è fondamentale. Abbiamo avuto suggerimenti brillanti che hanno permesso di arrivare a una stesura sicuramente migliore. Comunque, forse per il fatto che siamo in due, l’editing è proprio la parte divertente! Rileggendoci ad alta voce capita che ci facciamo delle grasse risate, soprattutto ai danni dei personaggi che tanto ci hanno tiranneggiato prima! 

 
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